Sguardi all’orto botanico

Miei cari lettori, oggi è un giorno speciale per il blog. È passato un anno dal primo articolo pubblicato e con questo siamo arrivati al decimo. Dieci articoli non sono molti, soprattutto in un anno, lo so, ma il raggiungimento della seconda cifra nel numero mi gasa molto. E non ho trovato modo migliore per festeggiare, se non quello di inaugurare la sezione ‘Racconti e riflessioni’ del blog. Rimasta vuota per troppo tempo, ora avrà il suo primissimo articolo! L’intenzione iniziale era di scrivere questo racconto breve, per provare a farlo pubblicare su una rivista letteraria online, che è una vera e propria fucina di scrittori in erba e non solo. Purtroppo, non ho il dono della sintesi e ho sforato di molto la lunghezza massima consentita per l’accettazione. Ci proverò con il prossimo scritto. Quindi, andate a visitare ‘Il nido di gazza’. Non ve ne pentirete. E ora, rilassatevi e seguitemi in questa nuova avventura.

Sguardi all’orto botanico

La tazza gialla ricolma di caffè fumava in quella mattina placida e assonnata di settembre. Il sole iniziava a scaldare il tavolino in metallo a cui ero seduto e dei gatti si godevano la calura vicino a dei vasi di timo. Il Cafè Chora non era molto frequentato a quell’ora, i turisti erano tutti quanti in spiaggia o si stavano riprendendo da una notte di baldorie e io ero l’unico cliente presente. Il libro che stavo leggendo sembrava non finire mai. Mancavano solo dieci capitoli per scoprire l’assassino di Victoria Hills e mi sentivo in dovere di continuare, provando a non distrarmi in continuazione.

Mentre mi godevo quella giusta combinazione tra quiete e noia, osservavo il Signor Nikos al lavoro. Si prendeva cura in modo maniacale delle piante dell’orto botanico. Qualche giorno prima, mi raccontò di aver trovato e piantato la maggior parte di esse. Come un esploratore, era andato a caccia di molte delle specie autoctone delle isole circostanti, e in anni di duro lavoro, aveva creato una vera e propria oasi per preservarle. Spuntava e ripuliva dalle foglie secche le piantine, che erano sparse un po’ ovunque intorno ai tavoli di metallo tutti colorati. E quando aveva finito di annaffiarle, si dava da fare lucidando le infinite targhette, che riportavano il loro nome scientifico. Non aveva né moglie, ne figli. Possedeva solo l’orto botanico e il Cafè, che faceva gestire ad una ragazza del posto di nome Zoe.

Tentai di sorseggiare il caffè ordinato poco prima, sapendo che mi sarei bruciato di sicuro le labbra, e infatti me le scottai. Posai la tazza ustionante e ancora sonnolento, decisi di farlo freddare perdendo un po’ di tempo facendo un giro. Mi alzai e mi inserii sul piccolo sentiero poco distante.

Seguii il percorso di ciottoli bianchi che mi condusse nel cuore dell’orto botanico, dove decine di piante mediterranee, impregnavano l’aria circostante con i loro potenti profumi. L’odore di timo e lavanda mi inebriarono, portando la mia mente ad uno stato di beatitudine quasi mistica. Mi rilassava entrare così in contatto con la natura e poi, ogni volta che entravo in quella specie di bosco incantato, notavo sempre qualcosa di diverso: un fiore che il giorno prima non era ancora sbocciato, un insetto strano su qualche foglia o una semplice pianta che mi ero perso i giorni precedenti. Ogni volta rimanevo estasiato da quel posto intriso di calma e tranquillità. Quello che nella vita di tutti i giorni non avevo.

Terminato il giro, Il percorso ad anello mi riportò nel giardino, dove erano posizionati i tavolini di fronte al piccolo Cafè. Mi avvicinai al tavolo, dove avevo abbandonato tutte le mie cose e dopo aver ripreso posto, riuscii ad assaporare il caffè senza ustionarmi troppo le labbra.

Una folata di vento scosse la chioma delle grandi tamerici che mi proteggevano dal sole di metà mattinata, facendo cadere dei rametti secchi sulla pagina del libro che stavo leggendo. Approfittai dell’ennesima distrazione per terminare il caffè e prepararmi per andare in spiaggia. Mentre cercavo il pacchetto di sigarette nella tasca del giacchetto appoggiato sullo schienale della sedia, vidi entrare una ragazza nel giardino. Stava varcando la soglia del piccolo portone in legno che dava sulla stradina del paese. Rimasi con il pacchetto di sigarette in mano, e continuavo a guardarla mentre si avvicinava.

Camminava lenta verso il Cafè, muovendo la testa da una parte all’altra in cerca di qualcosa, come se si fosse persa. Sembrava smarrita e incantata allo stesso tempo. La vista del bancone del Cafè con le decorazioni floreali intagliate nel legno la fecero sorridere, e con una mano si mise a sfiorare alcuni dei piccoli acchiappasogni che pendevano dalla tettoia sovrastante. Zoe, da dietro il bancone la salutò, e la ragazza, in un inglese impeccabile, ricambiò sorridente, chiedendole un caffè grande da bere li. Nell’attesa si mise a fare avanti e indietro per il giardino osservando le numerose piantine intorno a lei.  

Sembrava volesse vedere tutto e dopo poco, il suo sguardo si soffermò sulla copertina del mio libro e poi, per un millesimo di secondo, sembrò che guardasse anche me. Sul viso aveva degli occhiali da sole con una montatura troppo grande per il suo piccolo viso. Doveva avere una trentina d’anni, ma minuta com’era, sembrava averne di meno. In quel momento capii che sarei rimasto ancora un po’ li seduto. Cercai a tentoni l’accendino nello zaino, mi accesi una sigaretta tirando una lunga boccata e riaprii il libro facendo finta di leggere.

Dopo avermi squadrato, andò a curiosare tra le erbe officinali poco distanti. Si chinò leggermente, avvicinandosi alle targhette e con le mani dietro la schiena, come una bambina che non voleva rompere nulla, osservava. Poco dopo Zoe, la avvisò che il caffè era pronto, ma lei sembrava talmente rapita da quello che vedeva, che la dovette richiamare una seconda volta. Con un sussulto sembrò ritornare nel suo corpo, si girò e mentre ritornava al bancone si mise a frugare nell’enorme borsa di rafia che aveva in spalla. Un minuto buono più tardi estrasse il portafogli, pagò e con una tazza rossa in mano andò a sedersi a due tavolini e una tamerice di distanza da me.

Spensi la sigaretta e con la coda dell’occhio cercai di sbirciare verso di lei, provando a capire cosa stesse facendo. Prese la tazza e assaggiò il caffè che aveva ordinato e, scottandosi le labbra, lo ripose con rapidità sul tavolino. Mi scappò una risata sommessa. Quasi subito girò lo sguardo verso di me e io prontamente rimisi il libro aperto sul muso. Un attimo dopo, prese a frugare di nuovo nella borsa che aveva appoggiato sulla sedia vuota di fianco a lei e dopo averla svuotata sul piccolo tavolino, ne estrasse un libro azzurro. Non riuscii a leggere il titolo, ma sembrava avere una copertina morbida consumata dal tempo.

Ormai non stavo più leggendo, mi dilettavo ad osservarla. Se prima ero distratto dal vento e dal giardino meraviglioso, ora ero proprio incantato da quella ragazza. Indossava una canottiera gialla aderente che le evidenziava il piccolo seno e una lunga gonna color ocra che le terminava appena sopra dei sandali di cuoio marroni. I capelli lunghi biondo cenere, le arrivavano ben oltre le spalle arrossate, mentre il viso era minuto e coperto da quegli occhiali orribili, che non rivelavano il colore dei suoi occhi. Sulle dita delle mani, che ora mantenevano il libro, spiccavano molti anelli e uno smalto giallo canarino si intravedeva anche dal posto in cui ero seduto talmente fosse accecante. Provai a leggere di nuovo sperando di finire almeno un capitolo senza essere distratto da lei.

Delle voci che sembravano provenire dalla stradina laterale mi riportarono alla realtà e poco dopo una famiglia con due bambini entrò nel giardino. Quello che sembrava essere il marito era carico come un mulo di borse e giocattoli da spiaggia, mentre la donna urlava in una lingua incompressibile ai due bambini che correvano in tutte le direzioni. Il mio sguardo si posò sulla ragazza che, assorta come non mai tra le sue pagine, sembrava non essersi accorta di nulla. Indossava ancora gli occhiali e di tanto in tanto sorseggiava il caffè senza distogliere lo sguardo dal suo libro. Sembrava essere rapita da quelle parole stampate chissà quanti anni prima.

La famigliola si sedette in fondo al giardino, vicino al casotto degli attrezzi di Nikos dove i gatti si godevano tutte le carezze che i bimbi riuscivano a fargli. Una nuvola passò davanti al sole e per un attimo tutto il giardino si rabbuiò. Sollevai gli occhi e guardai il cielo per qualche secondo e portandomi la tazza alla bocca non scese nulla. Ogni occasione era buona per osservarla, ma lei sembrava essere da un’altra parte. Scoraggiato, andai da Zoe al bancone elemosinando una nuova tazza di caffè e intanto che aspettavo il telefonò squillò. Era mia madre. Da brava mamma si preoccupava del figlio disperso in vacanza. Pochi attimi dopo, vidi uno dei due bambini con un gattino in mano, andare verso la ragazza zompettando allegro. Arrivato al tavolino gli posò il micio sulle gambe e facendole una pernacchia, se ne andò come era venuto. Lei interruppe la lettura e iniziò ad accarezzarlo dolcemente. I genitori del bambino si scusarono in lontananza e lei li tranquillizzò con un gesto della mano. Sentendosi al centro dell’attenzione si girò verso il bancone dove mi trovò con un sorriso da ebete stampato in volto. Lei in risposta mi mostrò il gattino sorridendo per poi tornare alla sua lettura, continuando a coccolare il micio. Mi allontanai verso il sentiero per non disturbare l’atmosfera e risposi alle classiche domande di rito delle mamme, rassicurandola che tutto stava andando per il meglio.

Tornato al bancone, guardai verso la ragazza ma al suo posto vi era solo l’ombra delle tamerici e i bambini che giocavano con il gattino mezzo addormentato.

Il giorno seguente mi svegliai prima del solito continuando a darmi dello scemo per non averle parlato. Continuavo a chiedermi cosa sarebbe successo se avessi avuto il coraggio di avvicinarmi e chiederle qualcosa. Qualsiasi cosa. Magari non sarebbe successo nulla e mi avrebbe cacciato con quel magnifico sorriso. Oppure avremmo trascosco la mattinata più divertente e romantica della nostra vita. Chi lo sa. Ma continuavo a pensare alla possibilità che non mi ero dato. Magari non mi stava nemmeno guardando e voleva solo godersi il libro in pace. Se le avessi chiesto il numero cosa sarebbe successo? Saremmo andati a fare colazione insieme oggi? O magari in spiaggia, nel pomeriggio. Niente, non riuscivo ad immaginare una risposta. Magari un rifiuto, si. Sicuro mi avrebbe rifiutato, ma almeno ci avrei provato! Uscii fuori dagli Studios in cui alloggiavo e, a testa bassa, mi diressi verso l’orto botanico cercando di non pensare troppo a lei.

Varcai la soglia del portoncino in legno e una leggera foschia a tratti spettrale mi travolse. Non mi ero accorto che l’aria era diversa quella mattina. Il canto ossessivo delle cicale era essente e un leggero soffio di vento freddo mi travolse. Il baretto sembrava abbandonato da tempo con i tavolini vuoti nel giardino silenzioso. Il sole ancora basso era coperto da grandi nuvole grige, che si avvicinavano veloci dal mare in lontananza. Dei gatti, neppure l’ombra. Andai al bancone in cerca di Zoe e non vedendola, mi sedetti al mio solito tavolino accendendomi una sigaretta in attesa di qualcosa o di qualcuno.

Lo scrosciare delle tamerici investite dal vento mi rilassava, così come l’odore della terra bagnata. Zoe era sbucata da dietro il bancone e mi salutò chiedendomi cosa volessi bere quella mattina. le dissi che avrei gradito il solito caffè ustionante. E così, dopo avermi portato la solita tazza fumante, aprì l’ombrellone poco distante, dicendomi che di lì a poco, sarebbe venuto a piovere.

Un lampo illuminò il giardino e subito dopo un tuono fece tremare il cielo nuvoloso e scuro. Le prime gocce di pioggia iniziarono a scendere veloci e in un attimo l’aria si riempi di un profumo che mi ricordava una ragazza di cui ero innamorato anni prima. Presi il telefono e iniziai a leggere un po’ di notizie. Solo cronaca e tristezza. Lo bloccai e il mio sguardo finì sull’entrata del giardino. Aspettavo. Aspettavo Lei. Ma c’era solo il portoncino aperto quasi invisibile per via della pioggia fitta. Dal nulla, alle mie spalle, sentii una voce già sentita.

Mi girai di scatto e la vidi. Arrivava dal sentiero dell’orto botanico. Non aveva gli occhiali oggi. Sono sicuro che il destino volle che io vedessi i suoi occhi solo per farmi innamorare così, all’improvviso in una giornata di pioggia. Colto alla sprovvista, abbozzai un sorriso innocente e lei, parve ignorarmi. Forse perché si stava andando a rifugiare verso la tettoia del cafè. Ma mentre provava ad asciugarsi con dei fazzolettini di carta, mi guardò un istante. Forse fece solo una smorfia, ma a me sembrava un sorriso bello e buono. O forse mi sbagliavo. Non ci capivo più nulla.

Continuavo a seguirla con sguardo curioso, mentre la povera Zoe, tutta infradiciata, apriva anche il suo ombrellone. Aspettò un poco prima di prendere posto a quello che era diventato il suo tavolino. Sempre a due tavolini e una tamerice dal mio, ma si sedette su un’altra sedia quel giorno. Quella alla sua sinistra che dava nella mia direzione. Pensai che non fosse un caso.

Indossava un abbigliamento più casual quella mattina, ma riuscii a notare solo la leggera maglietta bianca, che con la pioggia creava un effetto vedo non vedo notevole. Asciugò il tavolino e come il giorno precedente, ci svuotò la borsa sopra cercando il libro con la copertina blu del giorno prima. Questa volta aspettò diversi minuti prima di bere il caffè e intanto che si acquietava, pensai che fosse proprio meravigliosa. Aprii anche io il libro. Mancavano solo tre capitoli al finale, ma come sempre da quando era entrata da quella porta nell’orto botanico, non riuscivo più a leggere una frase di fila.

La pioggia continuava a scendere inesorabile, picchiettando in modo regolare sugli unici due ombrelloni aperti del giardino. Lei se ne stava lì, con il libro aperto tra le mani, immobile, come se nulla al mondo potesse distoglierla dalla sua lettura immersiva. Però, a volte, sembrava come se, in modo impercettibile, i suoi occhi controllassero cosa stessi facendo. Era solo una mia sensazione o era reale? Il fatto che avesse cambiato sedia mi fece pensare che volesse curiosare con lo sguardo le mie mosse. Me lo stavo immaginando forse, ma tutto era lento. Tutto era impercettibile. In quel giardino di una mattina di fine estate, ogni piccolo gesto era ogni cosa per me.

Finii il caffè riuscendo a leggere l’ultima frase del ventiduesimo capitolo e le nuvole finirono di scaricare le ultime gocce di pioggia sull’isola. Dei raggi di sole penetrarono le nuvole che si stavano diradando, lasciando spazio a quel cielo color ceruleo tipico al finire di un acquazzone. Il vento scemava e in un attimo la solita vita riprese possesso dell’orto botanico. I gatti sbucarono dal gabbiotto degli attrezzi, sistemandosi al loro posto di fianco al timo e alla lavanda, mentre le cicale tornarono a cantare rumorose. Dei cani abbaiavano in lontananza e io mi alzai per ordinare un altro caffè.

Ormai ero quasi certo che lei mi stesse osservando in qualche maniera. Nel frattempo che aspettavo il mio buon caffè, la osservai a lungo, come in segno di sfida, per capire se avessi ragione. Il suo sguardo era granitico. Non si muoveva da una pagina all’altra. In un attimo mi venne l’illuminazione. Non stava leggendo! Stava facendo finta! subito dopo aver raggiunto questa mia conclusione, girò la testa verso di me e mi guardò. Decisi di reggere quel confronto a tutti i costi, anche se non fu affatto facile. Dopo qualche secondo, ero al limite, sostenere quello sguardo richiedeva uno sforzo disumano, ma ormai ero deciso a sfidare il suo sguardo. Alzò il braccio destro con l’indice alzato. Non capivo. Voleva parlarmi? Mi stava chiamando? Dalle sue labbra uscì un sussurro appena percettibile a orecchio umano e mentre stavo per aprire bocca, provando a parlarle, alle mie spalle, Zoe le rispose con un verso poco chiaro. Mi girai verso il bancone e mi ritrovai due tazze fumanti ripiene di caffè. La cameriera sorrise maliziosa indicandomi la ragazza con gli occhi. Stava cercando Zoe per ordinare un caffè e io, ancora una volta, non avevo capito nulla. Tornai con la coda fra le gambe al mio posto e decisi deliberatamente di ustionarmi la bocca con il caffè che mi ero appena portato al tavolo.

Guardai l’orologio che segnava le dieci e qualcosa e lei era sempre incollata a quel dannatissimo libro. Iniziavo a odiarlo. Mi sistemai meglio sulla sedia e mi accorsi che il tavolino dondolava. Da bravo uomo, cedetti al mio ego maschile e iniziai a muoverlo per capire sotto quale piedino avrei dovuto mettere un rialzo di fortuna. Con la coda dell’occhio mi accorsi che teneva sotto controllo quello che stavo facendo. Presi dal tavolino un sottobicchiere in cartoncino e iniziai a piegarlo meglio che potevo, poi mi alzai e provai a posizionarlo sotto la gamba in ferro. Ero sicuro che lei si stesse chiedendo cosa stessi facendo li piegato sul terrano bagnato. E di fatti, dopo aver sistemato il cartoncino e aver testato la sua efficacia, mi rialzai e guardai verso di lei mostrandole fiero i pollici in su come segno di vittoria. Lei di contro, accortasi di essere stata beccata, prima si voltò di scatto tornando al libro come se niente fosse, poi si rigirò piano verso di me, e guardandomi le scappò una risata, che soffocò prontamente mettendosi il palmo della mano davanti la bocca. Ridacchiai anche io da bravo pagliaccio e lei tornò alla lettura per un’istante, per poi rilanciarmi un’altra occhiata, abbassando un poco il libro che aveva davanti a sé. Furono due secondi interminabili, dove riuscii a scorgere per la prima volta il colore dei suoi occhi, che sembravano confondersi con la copertina tutta consumata del suo libro.

Delle palme in lontananza si agitavano per il vento e il caldo iniziava a farsi sentire dopo l’acquazzone mattutino. Il sudore iniziava a bagnarmi la camicia e il mio stomaco protestava per la fame. Decisi di ordinare qualcosa e quando mi alzai, lei sollevò la testa guardando verso di me. Andai al bancone alla ricerca di Zoe, ma lei non c’era. Cominciai a sporgermi verso l’interno per controllare dove si fosse andata a cacciare e non trovandola, mi girai verso il sentiero di sassi bianchi poco distate. Nulla, sembrava sparita. Allora rivolsi uno sguardo perplesso alla ragazza, che senza dire nulla, mi fece segno con l’indice della mano sinistra, indicando il casotto verde dalla parte opposta del giardino. Sorrisi e la ringraziai unendo le mani in segno di preghiera e, a sua volta, sorrise mostrandomi i due pollici in su. Mi scappò una risatina, inciampai in una sedia davanti a me e per poco non caddi rovinosamente a terra. Passai di fianco al suo tavolino e mentre lei mi seguiva con la coda degli occhi ridendo per il mio inciampo, proseguii verso il deposito degli attrezzi di Nikos alla ricerca della cameriera sperduta.

Li trovai tutti e due che parlavano. Nikos, con le mani dentro una cariola ricolma di terriccio nero e Zoe, davanti a lui che sbraitava qualcosa in greco mostrandogli l’indice della mano minacciosa. Poco dopo si accorsero della mia presenza e la ragazza mi venne subito incontro con aria nervosa. Mi scusai per l’interruzione e le chiesi la stessa cosa che ordinavo quasi tutti i giorni: una pita farcita con un po’ di tutto e una bella Mythos ghiacciata. Lei annui provando a sorridere e uscì, mentre Nikos, come se non fosse successo nulla di che, insistette nel mostrarmi quello che stava facendo.

Uscii una decina di minuti più tardi, con un’idea molto confusa su come si dovesse preparare il compost perfetto secondo Nikos. Varcai la soglia del gabbiotto in legno e la sua sedia era vuota. La cercai con lo sguardo per qualche secondo non trovandola da nessuna parte. Sul suo tavolino rimaneva solo la tazza vuota e una matita mezza mangiucchiata in una chiazza di caffè.  Ancora una volta lei non c’era più. Era andata via. Questa volta, forse per sempre.

Mi sveglia più tardi la mattina successiva, ma molto determinato. Mi incamminai verso l’orto botanico con un solo obbiettivo: le avrei parlato. Forse. Se ne avessi avuta l’occasione insomma. L’avrei rivista? Cosa avrei potuto dirle? Domande scomode a cui non sapevo rispondere. O forse non volevo. Avrei improvvisto.

Percorsi una serie di viette in pietra che si insinuavano tra le casette dipinte di bianco e blu del paese e infine svoltai a destra, dove una scalinata che si inerpicava sulla collina mi avrebbe condotto al Cafè Chora.

Superata la solita porta in legno dell’ingresso, fui accolto da Zoe, che mi salutò e chiese se volessi un caffè grande. Ormai mi conosceva, annuii e appena si spostò la vidi. Seduta di spalle con i capelli biondo cenere raccolti e una camicia rosso acceso. Ero felice ma al tempo stesso agitato. Non era mai arrivata prima di me. Tentennai per qualche secondo accendendomi una sigaretta e poi mi diressi verso quello che ormai era diventato il mio tavolino. Respirai a lungo prima di guardarla, cercando di non fumare troppo velocemente. Dopo averla superata appoggiai lo zaino sulla sedia, ma non al mio solito tavolo, bensì a quello di fianco. Ora ero a solo un tavolino e una tamerice di distanza da lei, quando il caffè arrivò caldo come sempre. Aprii il libro e la guardai di sottecchi, abbassando leggermente il libro e notai che lei stava facendo lo stesso. Alzammo il libro sugli occhi insieme. Io sorridevo come uno scemo rilassandomi un poco e forse anche lei fece lo stesso.

Il vento stava dando tregua alle piante dell’orto botanico quel giorno, e il cielo era di un azzurro che difficilmente si vede nel corso della propria vita. I gatti placidi e svogliati come sempre, se ne stavano sul muretto che divideva il giardino dall’orto e qualche ape gironzolava su dei fiori rosa, che erano sbocciati alle prime luci dell’alba. L’unico rumore che si sentiva era il ronzio della macchina delle granite e Nikos che fischiettava nei meandri del percorso botanico. Mancava solo un capitolo alla fine del mio libro, ma non riuscivo a proseguire. Non perché non fosse avvincente, d’altronde stavo per scoprire il nome dell’assassino, ma perché pensavo a lei che continuava a sbirciare dalla mia parte. ma sembrava avere uno sguardo diverso. Ora che ero più vicino notavo meglio i suoi movimenti. Aveva uno smalto neutro quel giorno e gli anelli erano spariti lasciando dei segni bianchi al loro posto. Riuscii anche a leggere il titolo del libro che assomigliava molto a ‘Norvegian Wood’ di Murakami, ma visto lo stato non ne ero sicuro. Inoltre, se fosse stato quel libro, non avrei potuto neanche più odiarlo.

Non cambiava pagina da una decina di minuti almeno e quando la guardavo io, lei smetteva e viceversa, sembrava un giochino malizioso tra amanti. Amanti solo nella mia testa. Il vero problema era la mia completa immobilità a fare la prima mossa. Mi ero preparato a diversi scenari possibili e in tutti quanti nulla andava per il verso giusto. Ero bloccato nella paura di fallire. Per non parlare della lingua. Avrei fatto di certo la figura dell’idiota. Sbuffai e sorseggiai il caffè picchiettando le dita sul tavolino osservando il pavimento di pietre sporco di terriccio.

Ero quasi alla fine, mancavano quattro pagine e avrei terminato il peggior giallo di sempre. Non ero più abituato alla mancanza di vento e con il sole ormai alto nel cielo, mi sembrava di soffocare. Lei sembrava non guardarmi più. Sfogliava le pagine a cadenza regolare ora, come se stesse leggendo una parte molto concitata del testo. Non vedevo più il suo viso. Non vedevo più i suoi occhi. Qualcosa era cambiato nell’aria. Non sembravamo più amanti maliziosi che vogliono scoprirsi, ma solo due estranei in un orto botanico.

Poco dopo chiuse il libro un po’ troppo forte, come se volesse che io me ne accorgessi, e mentre lo rimetteva nella borsa mi lanciò uno sguardo che non le avevo mai visto fare. Sembrava a tratti malinconico ma anche tagliente. Io la osservavo immobile. Impotente. Bevve l’ultimo sorso di caffè, salutò Zoe con un cenno e si diresse verso la strada molto lentamente. Come se si aspettasse qualcosa. Sulla soglia della porta si fermò un momento e girò un poco la testa verso di me. Io mi alzai e la guardavo con sguardo implorante. Lei mi fissò per un ultimo istante, abbassò gli occhi e sparì.

Chiusi gli occhi per poi riaprirli maledicendo la mia timidezza. Guardai la sedia vuota lasciata scostata dal tavolino in malo modo e poi la tazza da sola all’ombra della tamerice immobile. Notai anche qualcos’altro. Mi avvicinai e sul tavolino verde c’era un segnalibro del piccolo principe sciupato e macchiato di caffè. Lo presi e corsi fuori sulla stradina, guardai in tutte le direzioni, ma lei non c’era più. L’avevo persa ancora. Tornai al mio posto, lento, con la testa bassa, evitando lo sguardo di Zoe. Continuavo a rigirarmi tra le mani quel piccolo pezzetto di cartoncino colorato, e in quel momento mi sentii solo, con l’unica cosa di lei che avrei mai avuto. Mi sedetti e ripresi la mia lettura. Ora potevo leggere per davvero.

Poco dopo chiusi il libro e presi il segnalibro. In un angolo c’erano dei numeri scritti a matita, in piccolo. Lessi le cifre lentamente, a fatica, una dopo l’altra, finché non si persero dentro una macchia di caffè.

Victoria Hills era stata assassinata dal maggiordomo.

Un saluto e alla prossima storia, Bergasan.


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