A Sydney le cose andavano molto bene. Avevo messo piede sul suolo australiano da circa un mese e avevo trovato una sistemazione temporanea in un semplice ma accogliente ostello nelle dritte e ordinate viette di King’s cross. Birra a fiumi, locali che proponevano cibo da paesi del mondo più disparati e “backpackers” (termine simpatico per descrivere giovani giramondo con lo zaino gigante sulle spalle provenienti da ogni parte del mondo) popolavano e facendo da cornice a un quartiere simpatico e variopinto nel cuore della città.
Dividevo una piccola stanza con due letti a castello con la mia ragazza dell’epoca e il mio amico B. Cuoco anche lui. Era tutto nuovo e io ero un misto di gioia e agitazione, perché B. aveva trovato lavoro in una steakhouse, mentre io continuavo a cercare non trovando nulla. Probabilmente il mio inglese claudicante non aiutava ad essere assunto, ma in fin dei conti me la stavo godendo alla grande; tra i festini giornalieri dell’ostello, le serate nei vari locali e la spasmodica distribuzione di CV in giro, la vacanza-lavoro del visto che mi era stato concesso, proseguiva spensierata.
Una mattina particolarmente calda, dopo il solito caffè da due dollari del 7-eleven, iniziai una delle mie solite lunghe passeggiate. Per prima cosa passavo alla foto-copisteria di Kumar a fargli stampare un po’ di CV per poi proseguire la giornata a consegnarli ovunque, come un postino instancabile. Quando scrivo ovunque, intendo proprio OVUNQUE. Ogni ristorante della zona era stato preso di mira e consegnavo senza sosta anche a quelli chiusi! Li lasciavo sotto la porta d’ingresso dei locali oppure li attaccavo alla saracinesca, in modo tale da avere il mio excursus professionale con il mio bel faccione in bianco e nero e tutti i miei dati personali alla mercé di chiunque passasse. Un mix tra ricercato e persona scomparsa insomma. Ripensandoci adesso mentre scrivo non lo rifarei, ma nel 2013 in un paese dall’altra parte del mondo pensai fosse un’ottima idea per trovare subito un lavoro.
Dopo aver pranzato con un bel panino al pastrami, mentre gironzolavo con i miei bei fogli pinzati in mano, incappai in un ristorante. Un po’ nascosto, alla fine di una discesa molto ripida vidi una palazzina di due piani con mattoni rossi e un’insegna che riportava un nome, alquanto italiano. E quale idea migliore di lavorare all’estero se sei italiano? Esatto! Iniziare in un ristorante italiano! Dove sicuramente qualcuno parlerà la tua lingua e faranno la cucina che conosci senza il rischio di incasinarsi troppo con piatti che non conosci troppo bene. Comunque lo presi per un segno del destino e mi fiondai all’ingresso con i CV che svolazzavano da tutte e due le mani.
Provai ad entrare ma la porta non si apri. Allora feci il giro visto che c’era un giardino ma anche sul retro non trovai nessuno pronto ad accogliermi come si fa con un cugino lontano. Infine, capii che era chiuso. A quanto pare, avevo scelto il giorno di chiusura di tutti i ristoranti di Sydney, ma non mi lasciai scoraggiare e come avevo imparato a fare, feci scorrere il curriculum sotto la porta e me ne andai speranzoso. Presi una white rabbit (una birra australiana che a scanso di equivoci è scura) nel pub sopra la salita da dove ero arrivato e dopo una passeggiata a Hyde park, tornai in ostello sfiancato dalla lunga giornata quasi inconcludente, ma con il sorriso sulle labbra per aver scoperto quella birra così sensazionale da essere divenuta una delle mie preferite.
Passarono alcuni giorni, tutti spesi sempre allo stesso modo: in giro cercando di diventare il miglior postino d’Australia, lunghissime passeggiate in esplorazione della città e birra; tantissima, buona e bella white rabbit… Quando, mentre mi rimpinzavo di “fried rice” al “Thai Power” (ristorante Thai molto economico che nutriva ormai da settimane le mie membra), squillò il telefono. Pensavo fosse mia madre in ansia per l’unico figlio in cerca di una sistemazione dall’altro capo del mondo, ma sullo schermo non apparì la parola “madre”, bensì un numero con prefisso australiano. Panico. Mandai giù il boccone super piccante di riso e risposi cercando di concentrarmi al massimo e attivare i neuroni alla ricerca di vecchie lezioni di inglese ormai dimenticate. Una voce maschile al quanto calma in un italiano mischiato all’inglese, mi chiese se fossi disponibile per un colloquio il giorno successivo. All’inizio non capii perché mi aspettavo di dover capire e tradurre una conversazione in inglese e questo mi spiazzò non poco. Tentennai qualche secondo e infine risposi accettando l’invito per il giorno dopo. Dall’altra parte della linea la voce maschile mi rispose mischiando le due lingue in una danza che risuonava macabra dentro alle mie povere orecchie. Annuii il più delle volte e infine concluse la chiamata con qualcosa simile a:” ok, mate, see ya tommorrow! I liked the curriculum under the door”. Stordito risposi farfugliando un:” ok, a domani”. Non sono mai stato sicuro al cento per cento che si sia complimentato per la mossa del curriculum sotto la porta, ma a me piace pensarlo.
Il giorno successivo, dopo un buon caffè preso da Starbucks come piccolo premio pre-colloquio, mi avviai con largo anticipo verso il ristorante. Passeggiai per le vie del centro di Sydney cercando di memorizzare delle frasi preconfezionate tradotte su internet per precauzione. Arrivato a destinazione (sempre in anticipo), notai che le porte del locale erano aperte. Fumai l’ennesima e costosa sigaretta ed entrai. La sala che mi si presentò davanti era enorme e tutta arredata con decine di quadri rappresentanti scene di vita del passato italiano con altrettante sculture in marmo? Opportunamente posizionate tra i tavoli apparecchiati con tovaglie e tovaglioli di stoffa color crema. Una ragazza molto carina si avvicinò chiedendo chi fossi e dopo averle spiegato chi fossi e che avevo un appuntamento per un colloquio con lo chef, mi fece accomodare in una saletta privata poco distante e dopo poco si palesò un uomo sulla quarantina vestito da chef con capelli lunghi e scuri che esordì con:” Ciao! sono Matt (nome di fantasia) lo chef di mamma mia (altro nome di fantasia) benvenuto!” sorrisi e gli diedi la mano. Susseguirono una serie di domande di routine sul mio passato professionale e dopo avermi fatto vedere il locale mi presentò lo staff della cucina. Mi disse che avrei dovuto lavorare tante ore ed esclusivamente come suo aiutante. Non gli importava cosa sapessi fare, ma precisò che l’importante era seguirlo e aiutarlo. Infine, prese un foglietto e ci scrisse sopra qualcosa. Me lo porse e mi disse:” questo è lo stipendio, può andarti bene?”. Lessi la cifra e mi girarono in un secondo i coglioni. Era troppo basso! forse con il cambio non arrivava neanche a quello che prendevo a Milano. Ero deluso ma avevo bisogno di un lavoro e soprattutto uno stipendio perché le mie finanze stavano per esaurirsi inesorabilmente. Lo Chef notò il mio tentennamento e anche il broncio che di sicuro avevo in volto perché appena alzai lo sguardo mi disse sorridendo: “quello è alla settimana”. And the winner is… BERGASAN!!! Lo abbracciai e mi disse di tornare il giorno dopo che avrei iniziato subito. Ricordo con esattezza il momento in cui uscii dal locale e mi allontanai un poco per non farmi vedere e iniziai a saltare come un pirla per la gioia. Tornai svelto all’Ostello e quella sera festeggiamo per il mio nuovo lavoro nella terra dei canguri.
Alla fine del primo giorno capii due cose. La prima: le famose “fettuccine di Alfredo” esistono! Veramente!? Vi posso assicurare che non le avevo mai viste, soprattutto con un bell’uovo al tegamino sopra, ma dopo il mio ingresso in cucina, ho dovuto anche prepararle. Chi sono io per giudicare la cucina di un paese a me nuovo? Nessuno! E infatti le ho anche mangiate e tutto sommato non erano per niente male… vero anche, se chi sta leggendo è un purista di cucina italiana non gliele consiglio. La seconda cosa che capii quel giorno fu il perché la cifra che mi offrirono fosse così alta. Avevo iniziato alle nove del mattino e avevamo finito di pulire alle dieci di sera. Il tutto condito da una pausa sigaretta di dieci minuti e un’altra pausa per cenare di mezz’ora. Non si trattava di un semplice turno in cucina, era più un sequestro di persona. Finito il turno ormai senza un briciolo di energia in corpo, salutai i miei nuovi colleghi e mi diressi verso lo chef per fare altrettanto quando, al posto di sentir uscire dalle sue labbra un semplice: “ciao, a domani”, disse:” Noi andiamo a bere una cosa al pub. Vieni con noi?”. Le reazioni scatenatesi nel mio cervello furono diverse, prima fra tutte lo shock. Poi iniziai a pensare a una battuta per sviarlo e andarmene a dormire ma lui non capì del tutto il mio sarcasmo e iniziò a guardarmi male. Quindi, presi coraggio, sorrisi e declinai l’offerta provando a rimandare ai giorni successivi. Ma qualcosa nella sua espressione cambiò in un millesimo di secondo e lo sguardo da confuso divenne scuro e incazzato. Colto alla sprovvista, mi bloccai come un opossum in mezzo a una strada con un camion a duecento chilometri orari che gli andava contro con fari allo xenon accesi in modalità abbagliante. Mi bloccai e provai a sorridere ma lo chef, disse: “mi stai mancando di RISPETTO, devi venire con noi. Fa bene al team. Andiamo, è qui sopra.” Severo. Rigido. Lapidario. Non dissi nulla e lo seguii su la strada in salita al buio senza un lampione funzionante. Piu avanti si intravedeva lo stemma del PUB che scoprii il giorno prima illuminato dai neon bianchi, mentre la stanchezza delle mie gambe aumentava a ogni passo.
Frequentai quel maledetto pub decine e decine di volte e la situazione era sempre la stessa. Tutti sbronzi ed euforici. Il jack e cola andava per la maggiore al tavolo dei cuochi, ma continuavano ad arrivare anche fiumi di birra di tutti i colori e tipologie così come gli shot di benzina senza piombo che non mancavano mai. Fu lì, in quel pub che scoprii la “jug”, una cavolo di caraffa contenente tre pinte e venduta a qualche dollaro in meno e, come ovvio che sia, veniva periodicamente riordinata dallo chef, che successivamente versava in tutti i bicchieri che, secondo lui, andavano rabboccati. Cioè, tutti quanti! a prescindere da quello che c’era dentro. Bevvi talmente tanti litri di quella dannata white rabbit che ancora oggi a distanza di anni mi manca terribilmente. Si, se ve lo stesse chiedendo non si trova né in Italia né online. Probabilmente la vendevano solo in quel pub che, per quanto assurdo possa sembrare, non ne ricordo il nome. Saranno state le centinaia di birre ad avermi fatto dimenticare. Infine, quando lo chef riteneva che avessimo bevuto a sufficienza ci congedava, raccomandandosi di non fare tardi il giorno dopo. Tutto perfetto. La notte a volte, tornavo barcollando facendo un frastuono incredibile svegliando in modo inevitabile i miei coinquilini presenti in stanza causando bestemmie sia da parte di B. che da parte della mia ex.
Alla fine, penso che siano stati mesi spensierati ma anche piuttosto impegnativi. Le visite serali al pub diventarono pesanti così come il clima instauratosi in cucina. Lavoravo molto e gli orari massacranti non aiutavano. Alla fine, lo chef si rivelò un vero duro dietro ai fornelli e quasi un fratello al pub quando si scioglieva e toglieva la maschera da despota. Quando si dice: “Dr. Jekyll and Mr. Hyde”. Ci mancava davvero poco. Alcuni mesi dopo scelsi di andarmene per rilassarmi un po’ e trovai un ristorante più tranquillo, ma questa è un’altra storia. In conclusione, ho capito diverse cose in quella cucina ma la più importante è stata di non rifiutare mai un invito al pub. Potresti mancare di rispetto a chi te lo propone.
Un saluto e alla prossima storia, Bergasan.
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