La bici, la metropolitana e l’amore nel sottosuolo

Niente, non riesco a scrivere. Sono bloccato da diversi giorni sullo schermo in modalità scura di word, senza riuscire ad andare avanti con un nuovo articolo che sto scrivendo. Do la colpa al caldo infernale di queste settimane e alla mancanza di aria condizionata, ma credo che il vero motivo sia che non so come andare avanti. A volte mi succede. Ho quattro pagine aperte con altrettante storie che aspettano di essere scritte, ma niente, non ce la faccio proprio. Mi sforzo, provo a scrivere qualcosa, vado a letto e puntualmente la sera successiva cancello tutto perché non mi piace nulla di quello che rileggo. Una vera rottura. Quindi, per provare a distrarmi e non lasciarvi a bocca asciutta, ho deciso di raccontarvi una vicenda che mi è successa un paio di settimane fa. Un episodio di vita che di solito finisce sempre nello stesso modo: molto male. Un avvenimento banale, forse a tratti amaro, almeno per me.

Insomma, ogni volta che prendo la metropolitana c’è un altissimo rischio che io mi possa innamorare. Ora lo sapete. Può sembrare una cosa da poco, ne sono consapevole, ma vi assicuro che mi succede più spesso di quello che vi possiate immaginare. E sono abbastanza sicuro che molto probabilmente succeda anche a voi. Sempre se prendete la metro. Ma iniziamo dal principio di questa nuova storia, forse un po’ diversa dal solito. Partiamo da un po’ lontano.

Da più di cinque anni utilizzo una modesta bicicletta per muovermi in città. Adottai questa scelta perché, dopo anni di spostamenti con: motorini, scooter, vespe e moto di ogni genere, pensai che avrei dovuto fare un po’ di movimento e quindi comprai una bici nuova fiammante e un lucchetto importante. Pensate che lo pagai la metà del prezzo della bici stessa. Vi ricordo che abito a Milano e non ho alcuna intenzione di portarmela ogni sera in casa.

Da quel giorno lontano, la utilizzo per andare ovunque mi sia possibile, tutti i giorni dell’anno, come se fosse la naturale estensione di me stesso. Mi piace proprio pedalare per il centro e poi è molto comoda. Tranne quando c’è il pavé, li sono dolori. A volte penso che sia quasi un richiamo ancestrale il voler utilizzare la bici, un richiamo ad una connessione antica con gli avi del mio passato, che quando dovevano spostarsi o conquistare qualcosa, lo facevano a cavallo. Ecco, le due ruote, siano a pedale o a motore, rievocano in me proprio quella sensazione. Il desiderio inconscio di voler guidare una bestia di cinquecento chili a tutta velocità, sfoderando la spada verso la gloria in qualche battaglia. Forse così è troppo, ma la bici, in minima parte, risveglia in me qualcosa di simile. Non sempre eh, sono conscio del fatto che sto comunque andando al lavoro in una città caotica nel XXI secolo. Senza nessuna spada.

Però, perché c’è un però, quando il destriero meccanico si rompe, sono costretto a muovermi con i mezzi pubblici. E questo è un grande, enorme problema, perché non li sopporto proprio. Troppe persone accalcate in spazi ristretti con odori che rievocano periodi medievali, dove fare un bagno e lavarsi, erano pratiche considerate dannose e malsane per la salute. Aggiungiamo un biglietto che costa veramente troppo e una popolazione simile a quella del libro Metro 2033 e avrete uno spaccato di cosa penso dei mezzi pubblici. Ok, non ci sono proprio delle bestie mutanti, ma quasi. Diciamo che quelli che vedi lì sotto almeno non provano ad ucciderti. forse. E non vi dico cosa penso degli autobus altrimenti potrei essere passibile di denuncia da parte dell’ATM. Lo so, sto divagando come al mio solito. Era solo per darvi un contesto generale. Sapete che sono prolisso come pochi.

Quindi, abbiamo detto che mi sposto in bicicletta e odio i mezzi pubblici. Li utilizzo solo se costretto e ogni volta che vado sottoterra c’è un’altissima probabilità che mi possa innamorare di qualcuno. Tutto corretto. Bene, con questa nuova storia proverò a farvi capire come e cosa si prova ad ‘innamorarsi’ in una metropolitana milanese. Aprite una bella birretta fresca nella spiaggia dove vi starete sicuramente rilassando e partiamo.

Una domenica di giugno, dopo aver terminato un turno infinito al ristorante, presi la mia bella bicicletta verde e mi diressi verso il pub a recuperare un po’ di liquidi persi nel forno a 45 gradi che d’estate, qualcuno osa ancora chiamare cucina. Mentre pedalavo contro una minima brezza calda, che fortunatamente era come avere un condizionatore acceso sparato a meno diciotto in faccia, il pedale iniziò a scattare. Mi bloccai, e dopo poco, riprendendo la pedalata, mi ritrovai a pedalare a vuoto, per poi riprendere normalmente come se nulla fosse successo. All’inizio non ci feci troppo caso, ma ben presto, più o meno a metà strada dalla mia destinazione, mi ritrovai nella stessa situazione di prima, senza riuscire a muovermi di un millimetro. Davanti a me, una delle poche salite che si possono trovare a Milano.

Per prima cosa, analizzai con grande calma e professionalità la situazione prendendo ripetutamente a calci la bici per provare a sistemarla, ma incredibilmente non riuscii a risolvere il problema. In un secondo momento, ebbi l’istinto di mollarla da qualche parte in balia dei ladruncoli di periferia, ma ripensandoci bene, la trascinai con me verso il tanto agognato pub ed infine a casa. Mi ripromisi di potarla dal mio biciclettaio di fiducia che negli anni, con quello che gli ho lasciato per vari problemini, è riuscito sicuramente a finanziarsi una vacanza in Thailandia di tre settimane. Di nulla T.

Il giorno seguente riposavo, e in mattinata lasciai la bici a T. implorandolo di riconsegnarmela per il giorno seguente. Mi disse che doveva controllare se avesse avuto il pezzo in casa e che mi avrebbe fatto sapere. Uscii e pensai che la bici non mi sarebbe stata consegnata in tempi brevi. Visti i precedenti, azzardi che per quella settimana non avrei avuto una bici. Imprecai e andai a fare colazione a testa bassa, immaginandomi una settimana di mezzi pubblici. Infatti, dopo una breve conversazione telefonica nel pomeriggio, T. mi disse che non aveva il pezzo. Pausa, imprecazione ed infine accettazione. Che mezzi siano allora!

Ma se odio così tanto i mezzi pubblici, perché non ho noleggiato una bici o un monopattino?

Ecco, questa domanda che vi starete ponendo in molti, me l’hanno fatta tutti: colleghi, amici, mia madre, tutti quanti. E i motivi per cui non l’ho fatto sono due. Anzi, tre direi.

Il primo è che sono pigro. Avrei dovuto riscaricare le app delle bici in sharing e ricordarmi la password per accedervi. Aggiungo anche che avrei dovuto ricordarmi come utilizzarla e ricaricare l’account, il che avrebbe significato ricaricare anche la carta prepagata. Tutte queste cose insieme di solito mi fanno impazzire. Soprattutto se devo farle attraverso un telefono. Quindi niente bici a nolo.

Il secondo è più facile: non so andare in monopattino. Oltre a pensare che non sia un vero mezzo per adulti sani di mente, trovo l’utilizzo dello stesso una vera scommessa tra il vivere ancora qualche anno e morire di stenti in un ospedale con la testa spaccata. Lo trovo un aggeggio pericoloso e adatto solo a ragazzini che non temono per la loro vita. Inoltre, mi ricorda un episodio spiacevole durante la mia adolescenza, quando andavano di moda i monopattini non elettrici. A volte, di notte, quando sto per addormentarmi, mi sembra di sentire ancora l’eco dell’urlo di dolore che cacciai quel giorno, quando la base del monopattino in alluminio mi fini ad una velocità folle sulla tibia. Mi spiace, ma niente monopattino.

Il terzo, il più interessante, è che molto probabilmente, senza un motivo apparente, voglio prendere la metro. Forse è così, in una recondita area del mio cervello c’è qualcosa che spinge a voler farmi utilizzare la metropolitana. In fondo, il mio subconscio, sa cosa può succedere là sotto. Sa che potrei trovare l’amore laggiù. La mia mente si ricorda delle innumerevoli volte in cui si è sentita bene, impregnando il mio sistema nervoso di ossitocina e dopamina. Lei sa, e quindi presumo voglia aiutarmi a rivivere quelle sensazioni di pura estasi. Quel momento in cui non sei innamorato veramente, ma senti che vorresti esserlo perdutamente di una ragazza sconosciuta, intravista per qualche secondo, in uno dei luoghi più terrificanti dell’era moderna. Almeno per me. Quindi si, quando la bici si rompe, l’unica opzione che il mio cervello consiglia vivamente per spostarsi è la metropolitana. E io lo seguo senza farmi troppe domande, maledicendo lui e la mia fottuta bicicletta rotta.

E così, la mattina successiva, dopo una notte con decine di risvegli per il caldo eccessivo, mi preparai per andare al lavoro. con la metro ovviamente!

Presi un caffè veloce al bar per provare a connettermi con il mondo circostante e pochi minuti più tardi, mi trovai davanti all’ingresso dell’inferno. Un buco con delle scale infinite di cui non si vede la fine. Terminai la sigaretta come se fosse l’ultima. Gustandola, aspirando lento quel fumo, che in bocca, mischiato al gusto del caffè, scatenò un terremoto intestinale che non sto a raccontarvi. Cinque minuti di sudori freddi più tardi mi decisi, ed entrai.

Mentre scendevo le infinite scalinate, che sembrava dovessero portarmi al centro della terra, una fiumana di gente iniziò a venirmi incontro. Gli zombie parvero non vedermi, mi passavano accanto non curandosi di nulla, come se capissero che quello non era il mio mondo, ma continuando a guardare i telefoni a venti centimetri dalla faccia, con cuffie di dimensioni esagerate sulle orecchie. Non so in che modo, ma pur non guardando la strada davanti a loro, sembrava che sapessero a memoria la direzione da seguire. Come automi che compiono per anni gli stessi movimenti di continuo, ogni giorno della loro vita. Formiche che seguono un percorso predefinito senza concedersi deviazioni dal loro cammino. Proseguii.

Passato il grosso del gruppo, mi ritrovai nella zona dei tornelli. Memore di spiacevoli esperienze passate, presi prontamente il bancomat dal portafogli e sfiorando lo schermino superiore, il tornello si apri all’istante. In passato mi successe di non riuscire a ‘timbrare’ sia in entrata che in uscita, causandomi crisi esistenziali, risolte solo grazie all’intervento del personale ATM sempre pronto ad aiutare un passeggero in difficoltà. No, non sto cercando di entrare nelle grazie di quelli dell’ATM solo perché sto parlando male della loro metro. Anche se mi sto già immaginando uno spot da proporgli in stile ferrovie dello stato durante le festività natalizie. Torniamo al disagio che è meglio.

Superati i tornelli, percorsi altre scale e una volta capita la direzione giusta da prendere, la banchina affollata era li ad attendermi. Decine di persone ammassate aspettavano nervose un treno, che sarebbe arrivato quattro minuti più tardi. Forse troppo per gli standard milanesi, ma non per uno che inconsciamente soccombe al volere della propria mente che gli fa credere di poter trovare l’amore nel sottosuolo più oscuro di Milano.

Qui la situazione cambia. I frequentatori abituali della metro ora sono fermi, immobili, o al massimo ciondolano tranquilli tra i cartelloni pubblicitari e l’abisso dello scalino dove passano i binari elettrificati. Sanno che non possono fare nulla li, quindi rimangono fermi, come anime perdute, in attesa di un traghettatore che li accompagni verso la destinazione finale, che in un certo senso, per la maggior parte di loro, è un vero e proprio inferno. Il cartellino deve essere timbrato e solo dei Caronte moderni con mezzi su rotaie possono far sì che questo avvenga nel più breve tempo possibile.

Le banchine della metro al mattino offrono uno spettacolo meraviglioso. Abbiamo uomini impeccabili nei loro abiti d’ufficio skinny di fattura fast-fashion, con giacche stirate di tutto punto e zaino urban approved della Thule ricolmo di oggetti elettronici, che utilizzeranno per le otto ore successive. Sguardi di uomini persi nel vuoto, che rimuginano su chissà quali pensieri mistici. L’aumento che non arriva? La ragazza che non risponde più ai messaggi? La partita di calcetto saltata? Non lo sapremo mai. Ma lì percepiamo alla vista dei loro occhi smarriti nell’oblio, illuminati solo da neon bianchi anonimi.

Le donne invece sono meravigliose. Trucco perfetto, sguardo fiero ma sovrappensiero, vestite con abitini variopinti impregnati di profumi costosi, che sfoggiano la loro bellezza con coraggio come dame di corte moderne. L’immancabile borsetta viene spesso affiancata da una borsa in tela, adornata con le scritte più disparate e stracolma di qualsiasi cosa necessiti il genere umano. Le acconciature sono fresche di phon e forcine, mentre gli accessori in bella vista si sprecano, così come le lunghe unghie pitturate da sessanta euro fresche di manicure; che ticchettano senza sosta sugli smartphone, i quali, magicamente, rimangono saldi sulle mani impregnate di crema idratante alla jojoba.

L’ambiente è calmo in attesa del treno. C’è chi parla piano al telefono attraverso le ormai note cuffiette bianche, chi guarda nel vuoto ascoltando la canzone del momento e ci sono anche degli irriducibili di un’epoca passata, che leggono un vero libro in carta stampata. O almeno ci provano. Nessuno vede nessuno. Molti hanno lo sguardo basso, perso in problemi che dovranno affrontare durante la giornata o si trascinano dal giorno prima. La mattina nessuno ha voglia di parlare o d’innamorarsi. Tutti vogliono che quel momento finisca il più presto possibile, per andare a fare una cosa che in realtà nessuno vorrebbe fare, in un posto che non gli piace.

Ma per noi sognatori è diverso. Sappiamo che li, in mezzo a quei visi piallati di tutto punto, che non prestano attenzione a nulla e non vogliono interagire con anima viva, molto probabilmente c’è l’amore della nostra vita. E a me questo basta per affrontare l’inferno dei cosiddetti mezzi pubblici nell’orario di punta.

Mentre un avviso ricordava a tutti di fare attenzione ai borseggiatori, sui muri divisori tra i binari, dove vengono proiettate pubblicità e tg con sottotitoli in inglese e cinese (ma perché?), una barra gialla nella parte bassa, avvisò con una scritta che il treno era in arrivo, invitando tutti a non superare la fatidica linea gialla.

Un rumore sordo, abbinato ad uno spostamento d’aria poco piacevole, preannunciò l’arrivo del treno sulla banchina. In un’istante tutte le persone presenti tornarono coscienti, e veloci come delle faine, si precipitarono il più vicino possibile al vuoto dei binari, non curanti dell’avviso precedente. Forse per avere maggiori possibilità di trovare un posto su cui poggiare il culo o semplicemente per giocare a chi fa cadere prima qualcuno sui binari elettrificati.

Il treno arrivò, e quando le porte si aprirono, avvenne uno scambio semi ordinato di persone in entrata e in uscita. Entrai anche io, tra gli ultimi, e non cercai un posto a sedere per evitare scene d’imbarazzo con anziani o donne incinte, che puntualmente ti guardano in malo modo perché non lo cedi appena li intravedi nelle vicinanze. Il motivo è che anche quando lo vuoi cedere volontariamente, a un vecchietto o chissà chi, succede sempre che ti rispondano dicendoti che non vogliono sedersi, solo per farti capire che loro non sono ancora così rincoglioniti o fragili da non poter stare in piedi per qualche fermata. Quindi, non mi siedo quasi mai. Preferisco mettermi a lato delle porte d’ingresso, bello comodo appoggiato di schiena nell’angolo. Li, di solito, non rompi troppo le palle, a meno che le porte non si aprano da quella parte. Li sì che rompi i coglioni e ti tocca sempre uscire per poi rientrare fino alla fine del tuo viaggio. Come potete notare sono abbastanza un pro delle dure leggi delle carrozze metropolitane.

Bene, ora inizia il momento migliore. Dopo il caos mite arriva la vera quiete. Tutti si sono bene o male sistemati e l’aria condizionata inizia a fare il suo dovere sui corpi accaldati dei passeggeri. Le persone sembrano rilassarsi e ognuno torna nel proprio loop di reel e pensieri vari in attesa della propria fermata. C’è quasi silenzio nel vagone, interrotto solo dalla voce che anticipa la prossima stazione. Poi, dal nulla, lo sguardo finisce casualmente su una ragazza, seduta a pochi metri dall’altra parte della carrozza, e lì, in quello spazio ristretto, circondato da sconosciuti, si inizia inevitabilmente a fantasticare.

La vidi. Era assorta in un piccolo libro che stringeva fra le mani. Capelli color biondo cenere forse un metro e settanta scarsi. Aveva un viso dolce e abbronzato, leggermente segnato da impercettibili rughette dovute agli anni trascorsi in spiagge con sabbia bianca a prendere il sole. Indossava dei jeans stretti e una camicetta azzurra scollata che si era legata sull’addome. Sotto, un top bianco le strizzava i seni che sembrava stessero per esplodere. A volte sorrideva, altre volte si guardava intorno. Si vedeva che non riusciva a concentrarsi al meglio su quel vagone che oscillava e frenava di continuo. Il treno iniziò a rallentare e infine si fermò bruscamente. Lei alzò lo sguardo e si guardò in torno. Vide anche me. Una frazione di secondo. Io le sorrisi, ma lei sembrò non ricambiare. D’altronde ero sveglio da un ora scarsa, chissà in che modo la stavo guardando. Mi avrà scambiato per un maniaco.

Passarono diverse fermate e io ebbi tutto il tempo per immaginare un futuro insieme a lei. La prima vacanza al mare, il Natale passato in una baita sperduta con il camino acceso mentre fuori imperversa una tempesta di neve, il semplice fare l’amore dopo una serata a cena e qualche bicchiere di troppo. Tutte fantasie che non si avvereranno mai, perché alla fermata successiva, chiuse con delicatezza il libro, si alzò con tutta la calma del mondo e senza neanche farmi un sorriso uscì dalla mia vita. Forse per sempre. Sicuramente per sempre.

Ecco, questo è quello che mi accade di solito in metro. In qualche modo ti innamori di una persona che vedi per dieci minuti e poi scompare. Non ci hai parlato, non sai il suo nome, non ci hai neanche spiccicato una parola. Nulla. L’hai solo vista e te ne sei innamorato. E il problema è che ci rimani male per una cosa che non è neanche successa. Ma un sognatore lo deve accettare in qualche modo, altrimenti, con tutti i castelli in aria che ho costruito nella vita, mi sarei già dovuto ritirare in qualche monastero tibetano a compatirmi per il resto della mia esistenza.  

Richiuse le porte, rimasi con quel groppo in gola che non riusciva a scendere. L’amore di una vita, immaginato per qualche minuto, sparito per sempre. Uscii dal vagone alla mia fermata sgomitando con altre decine di persone intorno a me che facevano lo stesso. Ora anche io ero uno di loro. Lo sguardo basso e le cuffiette che sparavano musica di merda per non pensare troppo a quello che non era successo. Uno zombie alla ricerca di salvezza che prova a cercare l’uscita giusta per sfuggire dall’oscurità dell’abisso metropolitano. Poco dopo le scale mobili mi riportarono alla luce reale e arrivato a lavoro presi un altro caffè. Mentre fumavo una sigaretta seduto al tavolino del dehors, mi ero quasi già scordato il suo viso. A fine turno ricordavo a stento i suoi contorni, come se fosse stato tutto un sogno confuso.

Quel giorno tornai a casa a piedi per paura di innamorarmi nuovamente di qualche sconosciuta, che non avrebbe mai potuto ricambiare il nulla che avevo provato a darle.

Sembra molto frivola questa storia, lo ammetto, ma in realtà penso che ci sia qualcosa di più profondo in tutto questo. Conoscendomi lo credo davvero, perché per me sciocchezze come il colpo di fulmine e il destino esistono davvero. Di certo quando vedo una ragazza che mi piace sulla metro so già cosa succederà. Il niente più assoluto la maggior parte delle volte. Però è incredibile pensare che solo da uno sguardo, rubato in una carrozza anonima, possa nascere qualcosa. Un’attrazione che sul momento si scambia per amore, ma che in realtà è solo la prima scintilla che ci permette di non pensare più a nulla, se non a quella persona.

Ammetto di avere molta fantasia e che a volte, il mio cervello, elabora fin troppe cose assurde nello stesso momento mischiandole a suo piacimento. Ma credo che faccia così perché sa con certezza assoluta, che in fondo, voglio innamorarmi di una sconosciuta in una metropolitana, sperando di vivere una vita infinita con lei, ridendo e sognando insieme in una baita in montagna o sotto un ombrellone, come voi in questo momento, con la vostra metà della mela al vostro fianco e davanti a voi, un mare meraviglioso.

Insomma, cari lettori del blog, abbiamo capito che l’amore si può trovare anche in uno dei luoghi più inospitali della terra e che, anche se molto difficile, dobbiamo andare avanti a cercare la nostra sconosciuta. Perché ricordatevi sempre, che là fuori, ci sarà sempre una ragazza ad aspettarci in qualche metropolitana. Basta aspettare che si rompa la bicicletta, comprare un biglietto e imbattersi in uno sguardo che vi farà perdere la testa, per una giornata o tutta la vita.

Un saluto e alla prossima storia, Bergasan.


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