La mosca bianca, il sacchetto dell’umido e il karma

Arriva un momento curioso nella vita di ognuno, dove l’unica cosa che vorresti fare quel giorno è licenziarti dal posto di merda dove, ogni santissimo giorno, devi andare a romperti le palle. Magari lavori lì dentro da troppi anni, senza che nessuno ti abbia mai ringraziato o dato la classica pacca sulle spalle. E tu continui, instancabile, a dare tutto e anche qualcosina di più. Ogni, singola, maledetta volta. Ma il momento più bello e a dir poco liberatorio, è quando lo fai davvero. Lo hai visto nelle serie tv, quando l’attore che ti piace tanto ha mandato tutto all’aria esclamando la mitica frase: “MI LICENZIO!” Quanto hai goduto dentro di te? E quante volte, il giorno dopo in ufficio, hai pensato di urlarlo al tuo capo? Io scommetto parecchie… Oppure quando il tuo amico ti ha raccontato in modo epico di come abbia lasciato tutti a bocca aperta, quando l’altra azienda a cui ha mandato il cv, l’ha richiamato offrendogli il posto e con un gesto eroico, ha urlato in mezzo all’ufficio che se ne sarebbe andando per un posto migliore! Quante volte, caro lettore, hai SOGNATO di avere la forza di farlo anche tu? Immagino tante. Forse troppe. Ma poi, quando finisce la puntata o il tuo amico la smette di dire cazzate, torni con i piedi per terra e pensi a come, magari, sia tutto “un po’ più complicato di così”. Ed effettivamente per molti è così. È complicato andarsene dal lavoro di una vita, che ti ha stipendiato per anni e ti ha permesso di vivere, viaggiare e comprarti quell’automobile che tanto desideravi. A rate, ovvio! Però sei riuscito a prenderla grazie allo stipendio, che ogni mese quell’azienda di merda che tanto odi ti manda sul tuo conto. È un po’ come soffrire della sindrome di Stoccolma dove il tuo aguzzino è il tuo datore di lavoro.

A volte è tremendamente difficile prendere una decisione. Anche perché senza stipendio col cavolo che ripaghi le rate della macchina. Aggiungiamo anche: affitto, spesa, bollette, assicurazione, vacanze e magari mangiare qualche volta al ristorante. Estremamente complicato prendere LA decisione. Ma, a volte, qualcuno fa quella scelta e in un millesimo di secondo dopo aver pronunciato quella frase, Il tempo si ferma.

Getti il grembiule per terra, giri i tacchi e te ne vai uscendo dalla porta principale del ristorante, bestemmiando come un uomo delle caverne, dopo che una tigre dai denti a sciabola gli ha fregato l’ultimo pezzo di mammut. Ma posso assicurarvi che dopo aver preso il vostro motorino dirigendovi verso il pub più vicino per ordinare la vostra Guinness, tutto quanto tornerà a posto, e voi vi sentirete finalmente soddisfatti e felici di quello che avete appena fatto.

Ebbene sì, mi è successo alcuni anni addietro. Non proprio tutto a dire il vero. Volevo scrivere qualcosa di forte, con più pathos per rendervi l’idea del senso di liberazione che si ha in quel momento. Il grembiule lo lasciai nell’armadietto dello spogliatoio dopo essermi cambiato e le Guinness ordinate per farmi calmare furono tre. Il resto è pura verità e soprattutto, dopo la scenetta da drama queen, mi sentii veramente libero! Una sensazione che bisogna provare almeno una volta nella vita perché è come se mi fossi svegliato da un incubo per ritornare a sognare qualcosa di diverso.

E quel qualcosa di diverso fu, come potete immaginare, un altro ristorante forse peggio del precedente. Non a caso il mio Blog si chiama: “Storie di un cuoco SENZA successo”. Ed è tremendamente veritiero.

Dopo essermi licenziato e aver bevuto le Guinness in un pub della zona, mi godei un piccolo periodo di libertà e spensieratezza per le due settimane successive, dove non feci altro che rilassarmi e andare in giro per Milano senza fretta alcuna di trovarmi un altro lavoro. Una mattina, mentre controllavo l’e-mail, ne notai una dove vi era scritto che ero stato selezionato per un colloquio per conto di un noto ristorante Milanese. Non stavo facendo nulla da settimane e pensai che forse, fosse arrivato il momento di tornare ai fornelli. Risposi che ero disponibile e pochi giorni dopo mi presentai nella sede degli uffici per capire di cosa si trattasse.

Ad attendermi quel pomeriggio c’era una certa ‘Cristina’, che per mettermi a mio agio, mi fece aspettare tre quarti d’ora in una sala d’attesa con l’aria condizionata che si avvicinava pericolosamente alla temperatura antartica. Quando fui sul punto di svenire per ipotermia, la segretaria mi disse che potevo essere ricevuto e dopo essere entrato nell’ufficio della selezionatrice, senza scusarsi del ritardo, mi fece accomodare su una scomoda sedia di design in totale silenzio. Seguirono un considerevole numero di ‘click’ del mouse sul computer per poi alzare di due millimetri lo sguardo per guardarmi. Si presentò con una vocina molto irritante tendente all’acuto facendomi rimpiangere la sala d’attesa. Rotto il ghiaccio fu un susseguirsi di domande a raffica sul mio passato lavorativo della durata di mezzora. Il mio CV venne letto e riletto ad alta voce per almeno tre volte, e ogni volta richiedeva informazioni differenti per ogni singola voce presente. Sembrava un colloquio per un posto alla NASA. Terminò l’interrogatorio chiedendomi che piatti avrei pensato di fare se mai fossi stato selezionato. Una vera rottura di palle perché sul momento, non essendomi preparato a dovere, farfugliai qualcosa che mi fece sembrare un’idiota. Ma in fondo sapevo che non era lei la mente di quell’agonia, Cristina doveva solo selezionare a dovere. Ci salutammo con la promessa che, se tutto fosse andato per il verso giusto, mi avrebbe ricontattato per un secondo incontro. Irritato dall’idea di un altro colloquio interminabile e consapevole del fatto che nel novanta per cento dei casi non si sarebbe mai fatta risentire, salutai e me ne andai da dove ero venuto disilluso dalla mia performance.

Trascorse una settimana esatta dal precedente incontro, quando sul telefono ricevetti un messaggio da parte di ‘Cri ristorante pettinato’, dove mi chiedeva se fossi ancora disponibile per un secondo colloquio. Incredulo, risposi che ero disponibile e il giorno seguente mi ripresentai negli uffici più freddi di Milano.

Il secondo interrogatorio si dimostrò essere una vera e propria prova di resistenza fisica e mentale, perché non vi era solo Cristina, bensì erano presenti anche altri due tizi vestiti di tutto punto che facevano domande a raffica peggio della loro collega.

Per essere chiaro, non ero mai stato sottoposto a valutazioni sull’idoneità al lavoro di così lunga durata, soprattutto per un ruolo che non era di rilevanza tale da dovermi sottoporre a quella tortura. Insomma, era per un semplice ruolo da cuoco! Di norma, nei ristoranti, al candidato fanno fare un piccolo colloquio conoscitivo per capire se è almeno del mestiere e poi lo fanno fiondare in cucina, per verificare se effettivamente è preparato e sa gestire quello che gli è stato richiesto. Ma probabilmente, essendo una grande azienda, lo svolgimento dei colloqui doveva andare in un certo modo ed io, da povero cuoco abituato alla praticità, non ero pronto a tutto quel parlare.

Terminata la serie di domande mi dissero che per loro ero adatto al ruolo vacante. Detto questo, Cristina prese una serie di fogli e li sparpagliò su tutto il tavolo, spiegandomi a grandi linee il futuro contratto che avrebbe voluto farmi firmare. Esordì dicendomi che il loro contratto era detto nell’ambiente ristorativo una ‘mosca bianca’. Otto ore al giorno, sei giorni e mezzo su sette e una serie di buoni pasto dal valore di centosettanta euro. Di conto lo stipendio era per certo una mosca normalissima, della durata di soli due mesi. Ci riflettei qualche secondo e accettai, pur non capendo il senso dei buoni pasto in un ristorante che per un cuoco fa abbastanza ridere solo l’idea. Firmai il contratto, salutai i miei persecutori e me ne andai quasi contento.

Dopo una quarantina di giorni, molto stressanti, in uno degli ambienti lavorativi peggiori che abbia mai provato, ero stremato. I giorni passavano sempre nello stesso modo e con molti problemi.  Appena arrivato nella nuova ‘grande famiglia’ constatai, mio malgrado, che non ero l’unico neoassunto, bensì vi erano cinque cuochi, oltre a me, che erano stati smistati nei vari reparti della cucina. Tutti trattati a pesci in faccia. Al sottoscritto, toccò la partita dei secondi, che oltre al classico forno elettrico, era dotata di un altro forno alimentato a legna. Divenni anche fuochista! Divertente eh! Però con ottanta persone in sala che dovevano mangiare, gestire la legna per una cottura diversa delle fiorentine fu un’esperienza abbastanza complicata. Come in una mia vecchia avventura (link articolo), anche qui moltissimi cuochi affollavano le cucine del ristorante modaiolo, creando periodicamente confusione e incomprensioni. I sous chef erano delle belve fameliche a caccia di sangue di noi novellini, mentre tutto il resto della brigata si sentiva onnipotente vista la nomea del locale, arrogandosi il diritto di rompere le palle a tutti i nuovi arrivati per delle inezie. La verità? Tutti quanti palloni gonfiati che spacciavano piatti di un’osteria tradizionale qualunque, per pietanze stratosferiche e innovative. Facendo pagare un conto fuori da ogni logica. Il tutto condito da un servizio apparentemente raffinato, ma pieno di presunzione e ostentazione. Una cafonata totale, adatta solo a gente con una RAL annuale molto importante. Ma il peggiore di tutti, come state già immaginando, era lo chef.

Una sera molto concitata, stavo ‘discutendo’ con uno dei sous chef sulla consistenza della salsa olandese che avevo appena terminato di servire, quando il complicato forno a legna iniziò a fare i capricci, e per capricci intendo fiammate incontrollate dalle sue tre aperture. Il primo istinto fu quello di cercare un estintore, ma non trovandolo nelle immediate vicinanze, chiusi prontamente l’afflusso di aria e in poco tempo le fiamme si estinsero, lasciando al loro posto una nube di fumo bianco che affumicò tutti i presenti disperdendosi in ogni angolo della cucina. Aumentai la velocità delle cappe che aspirarono il fumo velocemente, dopodiché aprii il forno, dove con grande stupore, notai la presenza di diverse bistecche caricate al suo interno senza alcun senso che fecero colare il grasso sulla legna facendo incendiare il tutto. Con molta probabilità, qualche idiota aveva caricato la carne mentre ero impegnato a discutere con l’altro rompi balle poco prima. Risultato? Sei fiorentine carbonizzate, staff affumicato, minuti di attesa da parte dei clienti in sala e bestemmie da parte dello chef che non vedeva l’ora di darmi addosso, anche se ufficialmente non avevo fatto nulla. Seguì una lunga romanzina che proprio non mi andò giù. Anche perché in seguito, scoprii che ‘l’idiota’ responsabile dell’accaduto, si trattava di uno dei sous chef, che da bravo vigliacco, dopo aver caricato il forno, non aveva aperto bocca per prendersi le sue responsabilità, facendo scaricare tutta la merda al nuovo arrivato di turno. Io. E nessuno dei presenti disse nulla. Come scrissi in precedenza: l’ambiente peggiore che abbia mai provato.

Seguirono altre settimane di ansia e malumori vari. Io feci ‘pace’ con lo chef, che a mente fredda, provò a scusarsi a modo suo, senza starmi troppo addosso. Per quanto riguarda le altre canaglie, si instaurò una specie di tregua verso noi poveri neoassunti. Ben presto però, ci accorgemmo che In cucina eravamo in troppi, e questo significava solo una cosa. Scrematura.

In vero, i vari contratti stavano iniziando a scadere e alcune persone non vedevano arrivare il rinnovo. Soprattutto i nuovi arrivati. Me in primis. Compresa la situazione, arrivato ad una settimana dalla scadenza, iniziai a chiedere in giro se ci fosse stato l’interesse da parte dell’azienda nei miei confronti. Tutti quelli a cui chiesi informazioni mi dissero che non ci sarebbero stati intoppi per il rinnovo, ma non fidandomi di quelle serpi, andai direttamente a chiedere allo chef quali fossero le sue intenzioni. Stranamente, quel pomeriggio, lo trovai nel suo ufficio placido e tranquillo, intento a scrivere al computer. E anche quando mi vide entrare si comportò in maniera troppo gentile per i suoi standard, ma assicurò comunque il mio proseguimento nell’azienda, tranquillizzandomi sull’effettivo rinnovo contrattuale. “Bene”, pensai. Ma qualcosa non stava andando per il verso giusto, perché al giorno della scadenza non avevo ancora ricevuto nessun rinnovo. E neanche nei due giorni successivi.

Il terzo giorno, ero particolarmente irritato. Nessuno parlava dalla mia situazione e ricevevo risposte da parte degli impiegati dell’ufficio come: “tranquillo, ci vogliono alcuni giorni per il rinnovo e poi se sei ancora qui dopo la scadenza, vuol dire che ti hanno già rinnovato e devono solo mandartelo. Stai tranquillo”. Si, certo, pensai, se stavo continuando a lavorare oltre la scadenza di certo avrebbero per forza di cosa. E poi, ero anche incluso nei turni della settimana successiva. Provai a tranquillizzarmi ma sentivo puzza di marcio. Come ogni giorno da quando avevo iniziato a lavorare in quel posto maledetto.

Il quarto giorno ero di turno a pranzo, e dopo un placido servizio, iniziai a preparare in serenità la linea della sera. Stavo pulendo un carré di vitello quando un ragazzo che lavorava ai primi mi disse che mi stavano cercando in ufficio. “Oh, finalmente il fottuto rinnovo”, pensai. Lasciai il coltello e la carne sul tagliere, mi tolsi i guanti e mi diressi verso l’ufficio fuori dalla cucina. Bussai alla porta e senza attendere una risposta entrai. Davanti a me il responsabile delle risorse umane e lo chef ridevano sguaiatamente di non so cosa, ma appena mi videro si rabbuiarono. Brutto segno. “Allora, è pronto il rinnovo o devo aspettare ancora una settimana?” esordii scherzoso con il sorriso tirato. Abbassarono lo sguardo all’unisono e in quel preciso momento capii che il rinnovo non c’era e probabilmente non era mai stato preso in considerazione.

La mia reazione spontanea non fu una vera e propria reazione. Rimasi lì, fermo, imbambolato davanti a loro cercando di elaborare il fatto mentre i due idioti si barcamenavano tra una sequela di giustificazioni scadenti e scuse. L’apatia lasciò in un lampo lo spazio alla rabbia, che montava a dismisura nella mia testa. Mi dissero che avevano assunto troppe persone ed erano stati costretti a tagliare personale. Prima di fare cose spiacevoli e stupide, come spaccare tutto l’ufficio, mi voltai e senza dire nulla uscii. Andando verso lo spogliatoio passai per la cucina dove mi sentivo tutti gli occhi addosso, ma ero talmente arrabbiato che non me ne preoccupai minimamente. Aprii l’armadietto per cambiarmi e svuotarlo ma mi accorsi che non avevo portato lo zaino quel giorno; quindi, andai nella zona lavaggio e presi un sacchetto dell’umido per poi tornare in spogliatoio mettendo tutto quello che avevo dentro. Mentre uscivo con il sacco sulle spalle, lo chef mi si parò davanti e mi disse che non avevano rinnovato i contratti di altre due persone, oltre a me, e che non era nulla di personale. Aggiunse anche che, se avessi avuto bisogno di qualcosa, mi avrebbe aiutato. “Gradirei che mi pagaste i quattro giorni di lavoro fatti dopo la fine del contratto e comunque, non ci si comporta in questo modo”.  Lo ringraziai e dopo una serie infinita di corridoi uscii finalmente da quel maledetto palazzo. Respirai profondamente e mi accesi una sigaretta per calmarmi, continuando a fissare l’ingresso principale del locale dove i clienti andavano e venivano come sempre.

Tornato a casa mi sdraiai sul letto e domandandomi se non fossi stato licenziato per questioni di karma. Iniziai a riflette sul fatto che qualche mese prima mi ero licenziato in malo modo dall’altro ristorante e che molto probabilmente, per riequilibrare le grandi forze dell’universo, il destino aveva fatto in modo che io venissi licenziato in un modo ancora peggiore. E ancora oggi, quando passo davanti a quel posto con la mia bicicletta, guardando l’ingresso del locale, li ringrazio ancora per avermi preso per il culo a non avermi rinnovato il contratto. E penso che il destino, quel giorno, forse mi ha fatto un grande favore.

Un saluto e alla prossima storia, Bergasan.


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