Cari aficionados di storie di un cuoco senza successo, eccomi di nuovo qui! Pronto con entusiasmanti (si spera) nuove storie di vita da cuoco, che tanto aspettavate. Sono tornato dopo qualche mese di inaspettata sparizione dalla scena dei blog, per un motivo un po’ triste e scomodo da raccontarvi. Diciamo che non sono ancora del tutto pronto a condividere con voi i dettagli della questione, ma in futuro, forse, potrei voler inondare la vostra anima e i vostri cuoricini romantici di tristezza, con un articolo straziante. Si, sono stato mollato. Detto questo, la storia che state per leggere, inaugurerà una nuova sezione del blog. Una pagina dedicata alle “altre mie storie”, cioè, quelle dove racconto le disavventure della mia quotidianità. Le trovate in alto a destra nel menù a tendina della home page (Tutti gli articoli – Racconti di vita quotidiana). Ho aggiunto anche altre categorie, che con il tempo si riempiranno di articoli. Detto questo, Iniziamo!
Fin da quando ero piccolo, il periodo di Halloween non mi piaceva troppo. Sarà stato il fatto che non impazzivo per i dolciumi e che le maschere mi spaventavano sempre; quindi, non ho mai festeggiato con tanto interesse. In seguito, con l’avvento dell’adolescenza, cambiai leggermente idea. Scoprii che i travestimenti delle ragazze mi piacevano eccome! Altro che mostri spaventosi! Mi si aprì un mondo di streghe sexi e infermierine zombi che mai avrei immaginato possibile. Le caramelle furono sostituite dalla birra e le festicciole da Burghi con le discoteche o i locali. Col tempo capii che Halloween non era del tutto una festa stupida ma al contrario, un ottimo modo per cuccare.
Ma arriviamo ai giorni nostri, esattamente alla mattina del trentuno ottobre.
Dopo mesi di pianti e birra dopo la separazione, e soprattutto non ancora del tutto pronto a rientrare a pieno regime nella classica vita sociale, iniziai quel venerdì mattina bestemmiando. La pioggia stava sommergendo Milano, e il viaggio verso il ristorante sulla mia povera bici, mi fece incazzare ancora di più, perché arrivai fradicio e infreddolito. Appena entrato a lavoro, chiesi subito un meritato caffè, che mi venne servito condito con delle battute da parte delle mie colleghe. Era amarissimo! Un ottimo inizio di giornata del cazzo.
La mattinata e il pomeriggio passarono come sempre tra imprecazioni e chiacchiericci sul come si sarebbero vestite le ragazze quella sera. Terminato il turno, decisi di fermarmi per una birretta pienamente meritata. Le ragazze del mattino staccarono e sfrecciarono via come saette per andare a casa a prepararsi per chissà quali feste le attendevano, mentre lo staff serale si dava da fare allestendo la sala per la festa in programma.
Decisi di bermene due visto che non avevo nessun piano quella sera, se non quello di passare all’Esselunga a prendere altra birra e qualcosa da scaldarmi una volta arrivato a casa.
Dopo aver cenato, iniziai a bere catafratto sul divano, ma verso le ventidue il telefono iniziò a squillare interrompendo il mio momento letargico. Lessi il nome sul display. Era D. un mio caro amico. Sul momento non volevo rispondere, ma visto che mi era stato molto vicino quando ero stato nella merda, gli risposi.
“Oh, ma stasera lavori? No, perché c’è la festa a Rozzi! Vuoi venire? C’è la B. (la sua ragazza) e le mie cuginette con altra gente del rugby! Ti passo a prendere tra un’ora! Va bene?” Colto alla sprovvista non riuscii a capire come rispondergli nel tepore della mia comoda mise casalinga. Ebbi un attimo di esitazione, ma alla fine, dopo svariati insulti da parte di D. accettai. E un’ora più tardi, eravamo diretti a gran velocità verso la festa.
In macchina il clima si scaldò quasi subito. Anche per il fatto che con noi c’era anche la sua cuginetta, che iniziò a sparare musica tamarra a tutto volume durante il tragitto. Arrivati al capo di rugby, iniziai ad agitarmi un po’ per via della mole di gente presente. Era strapieno di ragazzi travestiti che ridevano e bevevano, ma pensai anche che la situazione fosse perfetta per provare a buttarmi, alla ricerca di qualche streghetta disponibile. La zona adibita alla festa era sul lato del campo da rugby, precisamente dove erano situati il magazzino con spogliatoi e ufficio. Il fatto è che la parte esterna era poco illuminata e io non vedevo il viso delle persone. “D. non vedo un cazzo! ma le luci?” Chiesi ironico al mio amico. Lui mi rispose: “L’hanno fatto apposta per far entrare la gente dove c’è il bar! Vai dentro e prendi da bere! Io cerco la B.” rispose indicandomi una porta illuminata a giorno.
Ok, può starci come idea, ma era tutto estremamente disagiante. Anche perché poco dopo scambiai un tipo vestito da super chicca per una donna vera. Se ci fosse stata la luce avrei notato la barba prima.
Dopo essermi scusato ridendo con la super chicca, sgomitai fino al bancone del bar tra gente del rugby che conoscevo e mentre aspettavo da bere parlai con loro del più e del meno. Arrivata l’ordinazione, presi le tre birre in mano, e mi misi a cercare D. mentre La folla danzante mi spintonava facendomi cadere preziosa birra a terra. Individuato il mio amico e la sua ragazza, porsi loro i bicchieri, ormai quasi a metà e iniziarono a presentarmi un po’ di amici della B. venuti a divertirsi. Chiacchierai il giusto e dopo qualche sorso, mi rilassai quel tanto che basta dal voler accendermi una sigaretta. E in quell’istante preciso, ci fu il primo contatto con Lei. Esatto! Era proprio la ragazza che mi spezzò il cuore quella sera.
Mentre fumavo la mia sigaretta parlando con gli altri, sentii una voce femminile alle mie spalle che, quasi urlando per via della musica, mi chiese se avessi una sigaretta per lei. Mi voltai e la vidi: camice bianco, sangue finto un po’ ovunque, stetoscopio e un rossetto color vermiglio su delle labbra carnose imploranti di essere baciate. Farfugliai qualcosa del tipo: “Ciao! Certo, tieni pure.” Mi sorrise con degli occhi che ancora oggi ricordo spesso e mi ringraziò.
In quel momento, mentre stava per andar via, il mio cervello si bloccò impedendomi di muovere qualsiasi muscolo. Non mi aspettavo un contatto dopo così poco tempo! Ero totalmente impreparato a reagire. Così, mi feci coraggio e mi buttai verso dove stava andando per non perdere il momento propizio, ma inciampai e finii contro una Mercoledì Addams poco riuscita. Mi scusai e voltandomi per capire dove fosse andata ma Lei era proprio lì di fianco, che mi guardava sorridendo. Indicò Mercoledì e disse: “Lei è la mia amica X, dopo devo riportarla a casa, quindi, cerca di non romperla”. Risi male. Con un tono un po’ troppo sopra le righe, ma da quel momento iniziammo a parlare.
Mi presentai a tutte e due e iniziai con la cosa più semplice e banale che mi venne in mente per far partire la conversazione: “Bello il costume eh! Ma da cosa sei vestita?” Chiesi irriverente. “Sono una Dottoressa zombie, ti piace? Mi sono impegnata proprio tanto oggi, guarda.” Rispose sempre sorridendo, mentre mi porgeva dei cartoncini rossi appena presi dalla tasca del camice. “Prendine uno! Sono le prescrizioni per i miei pazienti. Ho scelto solo psicofarmaci e ci ho impiegato due ore a fare tutto. Forza, solo uno eh!” E mentre sghignazzava fiera della sua trovata, scelsi un cartoncino, su cui vi era scritto: Tavor.
Per chi non lo sapesse, il Tavor, è un ottimo amico degli ansiosi, a cui però crea un elevata dipendenza farmacologica. Ma giuro che se ne avessi avuta una scatola in mano, me la sarei mangiata tutta all’istante.
Glielo mostrai e le si illuminò il viso: “Ma è il mio preferito! Grande! Vedi che sono una Dottoressa fantastica?!” Mi urlò in un orecchio. Scoppiai a ridere e le dissi che sarei stato un suo paziente per sempre se solo lo avesse voluto. Il mio cuore ormai era fuori controllo. Come quelle volte, quando sei su un treno in metro e ti innamori di una ragazza. Quella che intravedi ridere dal finestrino sul treno fermo in stazione di fianco al tuo. Lei alza lo sguardo, ti sorride, tu ti innamori appena vedi i suoi occhi, e poi il treno parte e tu provi a seguire il suo sguardo per degli istanti infiniti, fino a quando capisci che non la rivedrai mai più.
Parlammo ancora una buona mezzora e poi le chiesi se volesse da bere qualcosa visto che stavo andando a prendere della birra, ma mi disse che non poteva bere troppo perché doveva guidare. La guardai con delusione e mi congedai, promettendogli che sarei tornato subito da lei. Sorrise. Ah, quel sorriso. Presi di corsa le birre al bar, ma al mio ritorno capii subito che allontanarmi era stato un grande errore. Enorme errore. Un errore megagalattico! Perché insieme a lei, c’era un maledettissimo Sherlock Holmes, che ci stava provando spudoratamente. Certo, anche io ci stavo provando, però è ovvio che voi siete dalla mia parte vero? Ero arrivato prima io insomma! Gli uomini dovrebbero rispettare e soprattutto leggere il Bro code.
Iniziai subito ad architettare un piano per scacciare l’investigatore dei miei coglioni, quando D. spuntò dal nulla prendendo una delle due birre che avevo in mano, e senza dire niente mi portò con lui dentro il magazzino adibito a discoteca per la serata. E li dentro, tra il caldo soffocante e la musica a tutto volume, la birra iniziò a fare il suo effetto e mi abbandonai alla marea umana che si dimenava a passo di musica. Avendo il bancone del bar direttamente dentro la pista da ballo, rimasi lì dentro a bere e ballare a lungo, fino a quando, mentre mi sbracciavo credendo di star ballando, la vidi entrare e con Lei c’erano anche Mercoledì e Sherlock. Che continuava a parlare alla nuca della mia preferita, agitando quell’orribile pipa di plastica!
Feci un cenno a D. e alla cugina, che si divertiva a ballare in mezzo alla pista, indicandola. D. mi mandò a cagare in stile Aldo, Giovanni e Giacomo e tornò a ballare con la sua ragazza, mentre io mi fiondai a passo svelto verso di Lei, per provare a capire se si ricordasse ancora di me.
Arrivato a pochi passi dall’obbiettivo, non volendo assomigliare ad uno stalker, iniziai ad avvicinarmi lentamente, facendo finta di ballare e quando finalmente incrociammo gli sguardi, sorrise e…
Qui potreste pensare: hanno iniziato a ballare insieme. Oppure, Lei si è avvicinata e dopo averlo preso per la felpa gli ha dato un bel bacio come quello di Jack e Rose sulla prua del Titanic! E invece no! Semplicemente mi mimò il gesto di una sigaretta. Sorrideva perché, a quanto pare, aveva ritrovato il tabaccaio aperto alle tre della mattina. Io un po’ meno. Ma almeno uscimmo a fumare da soli perché Sherlock era sparito insieme a Mercoledì. Uno a zero per il tabaccaio.
L’aria fredda della mattina mi fece riprendere un poco perché tra il sonno e l’alcol non ero più troppo sveglio. Infatti, feci cadere a terra la prima sigaretta che le porsi. Gliene diedi un’altra e ci sedemmo su una panchina. E finalmente iniziammo di nuovo a chiacchierare. Parlammo per almeno il tempo di due sigarette. Scoprii che era un’amica di un ragazzo del rugby che conoscevo e che lavoravano insieme anni prima. Era venuta alla festa perché era stata invitata da lui. Le chiesi dove abitasse, che lavoro facesse e anche se fosse fidanzata (non lo era). Allora presi coraggio. La guardai per tre secondi negli occhi e le dissi di aspettarmi un secondo. Corsi al bar a prendere una penna. Tornai da Lei. La guardai nuovamente negli occhi e poi le porsi il cartoncino del Tavor con la penna.
“Arrivati a questo punto, posso chiederti il numero di telefono? Mi farebbe piacere risentirti.” Le dissi molto timidamente con un sorrisone da cucciolo di foca monaca. E Lei, dopo un breve sussulto mi rispose secca: “Il mio numero non te lo posso dare.” E lì, il mio piccolo cuoricino già mezzo maciullato, mancò un battito.
Pochi attimi dopo arrivò Mercoledì a toglierci dall’imbarazzo, che le chiese di andar via visto l’ora tarda. Lei assentì, mi salutò con la mano e sparì poco dopo in fondo alla strada buia che portava al parcheggio. Quello è l’ultimo ricordo che ho di Lei. Fu l’ultima volta che la vidi.
Scioccato, andai a cercare subito P. l’amico del rugby che avevamo in comune. L’unica cosa che ci legava. L’ultima mia speranza. Lo trovai e gli spiegai la situazione ridendo. Mi rispose che anche lui ci aveva provato anni prima e che era finita più o meno allo stesso modo. “Il numero non posso dartelo altrimenti mi ammazza, ma puoi sempre provare con Instagram.” Mi disse ridendo. Risi anche io e lo ringraziai della dritta. Che stupido pensai dopo. “Ora si chiede Instagram! Non il numero di telefono! Pirla!” Mi sentii un vecchio e andai a cercare D. per raccontargli la mia avventura. E a sua volta mi disse che ero un pirla, mentre la cugina ubriaca iniziò a chiamarmi Cis-Boomer ridendo.
La mattina dopo la cercai sul social e le mandai la richiesta. Ancora oggi non mi segue. E l’unica cosa che conservo di quella sera, oltre al primo palo ricevuto da nuovamente single, è il cartoncino rosso che mi diede appena conosciuti.
Sono molto fiero di questo articolo, non tanto per la sua composizione, che credo sia la più brutta tra i miei articoli o la storia in sé, ma perché grazie a questa ragazza, che molto probabilmente non rivedrò mai più, ho ripreso a scrivere. Che è una delle cose che più mi fa sentire realizzato. Anche se poche persone leggono il mio blog a me non interessa. Ma scrivere invece sì, eccome se mi interessa. È una specie di terapia per me. Esorcizzo le mie storie e le mie paure grazie a questo Blog. E si, anche se ho preso il mio primo palo dopo la rottura. E vi assicuro che non sarà neanche l’ultimo.
Grazie a tutti voi che mi leggete e soprattutto grazie a LEI, che mi ha aiutato inconsciamente a riprendere a scrivere sul blog. Alla fine, qualcosa di buono, oltre a farmi innamorare per una sera, l’ha fatto.
Un saluto, e alla prossima storia, Bergasan.
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