La paura di volare non mi è mai passata del tutto. Ancora oggi, quando devo prendere un aereo per andare in vacanza da qualche parte, ho quella sensazione di star facendo fare al mio corpo qualcosa per cui non è stato progettato. E in effetti quella ‘leggera’ ansia che mi sale su per la colonna vertebrale è quasi fisica. Si manifesta con sudori freddi e battito accelerato ogni volta che mi siedo sul sedile e allaccio, prima ancora dell’annuncio dell’hostess, la cintura di sicurezza. Poi chiudo gli occhi e mi preparo al decollo pensando che sto andando a più diecimila metri dal suolo, sopra le candide nuvole che sembrano panna montata, su un trabiccolo di acciaio che pesa in media come quaranta elefanti africani. Ed ecco che qui la mia ansia si scatena provocandomi pensieri di morte e atteggiamenti deliranti. I viaggi in aereo, per me, sono sempre stati una gioia e un’agonia allo stesso tempo fin dall’adolescenza. Quindi la prassi ordinaria è sempre quella: salire sul trabiccolo, allacciarmi la cintura, chiudere gli occhi e stringere i braccioli del sedile digrignando i denti, al decollo e all’atterraggio. Detta così mi vengono quasi i brividi al solo pensiero che dovrò prendere un aereo tra qualche mese, ma il punto è che viaggiare mi piace molto. E la frase che dice: “Non è la meta che conta, ma è il viaggio” beh, la condivido solo se togliamo la parte dell’aereo dall’equazione.
Dopo questa digressione sicuramente noiosa e non voluta, possiamo iniziare. E la storia, spero almeno questa che sto per scrivervi, si svolgerà in… Marocco! Esatto! Lo avevate intuito sicuramente dalla foto e dal titolo, ma questa volta non sarà un disagiante racconto di un’esperienza lavorativa, bensì un racconto di viaggio. Fatto almeno venti anni addietro in compagnia della mia mecenate preferita. Mia zia! Che negli anni dell’adolescenza mi portò a visitare paesi in terre non troppo lontane ma che mi permise di conoscere un po’ meglio il mondo, al difuori della mia quotidianità.
Il volo easy-jet direzione Marrakech fu una vera e propria agonia. Non tanto per le turbolenze eccessive che fecero traballare l’aereo tutto il tempo, ma per via delle mie orecchie che si tapparono e iniziarono a farmi male sul serio già a metà del viaggio. Così, una volta atterrati, iniziai a rompere subito le palle alla mia zietta che aveva deciso di portarmi con lei a scoprire i più belli e misteriosi luoghi della terra dei Berberi. Cambiammo degli euro con dei dirham marocchini facendoci fregare dal cambio valute e, irritati, andammo verso l’uscita. Avvizziti dal caldo che ci investì appena varcammo la soglia dell’aeroporto, prendemmo un taxi e dopo un’oretta di strada senza aria condizionata, arrivammo davanti al nostro ‘Riad’ tutti sudati. Ancora prima di farci dare la camera, ci facemmo accompagnare alla farmacia più vicina, per prendere qualche medicinale per le mie orecchie infiammate. Dopo diversi tentativi in un francese misto inglese per spiegare il problema, mi diedero delle gocce auricolari di manifattura francese, che presi per tutto il viaggio.
Tornati all’hotel nel centro della città, notai le decorazioni sulle pareti che erano piene di mosaici e lampade di vetro appese di tutti i colori. Una fontana zampillante nel mezzo della hall completava il tutto. Ci facemmo dare le chiavi della camera e dopo aver posato i bagagli ed esserci rinfrescati, uscimmo pronti ad esplorare ogni angolo di Marrakech. Ma ben presto capii che non saremmo andati a zonzo perdendoci come ero solito fare in una nuova città, ma avremmo seguito un intricato programma architettato dalla nostra guida che aveva già predisposto tutto, passo dopo passo, nei più classici e turistici scorci della cittadina. Per cui, Mohamed, la nostra guida, che si presentò con un vestito tradizionale marocchino tutto bianco, ci presentò ai nostri compagni d’avventura, e tutti insieme iniziammo la visita dei luoghi più iconici dalla città a partire dalla ‘Madrasa di Ben Youssef’.
Passammo tutto il pomeriggio a visitare monumenti e per l’appunto, alcuni edifici religiosi, con Mohamed che sciorinava dettagli a profusione appena vedeva che i nostri occhi si posavano su qualcosa di interesse storico o culturale. Rimasi colpito dal suo italiano fluente e dalla sua organizzazione, sempre pronto a rispondere alle domande di tutti. Dopo le varie visite obbligate, la nostra scaltra guida ci accompagnò attraverso le labirintiche viuzze della Medina, dove la confusione si mischiava all’odore pungente delle spezie sparse sopra bancarelle improvvisate ai lati delle strade. Arrivammo nella famosa piazza JEMAA EL-FNA, centro suggestivo stracolmo di turisti, mercanti e ogni genere di personaggi che vendevano veramente di tutto, tra cui le famose spremute d’arancia, bramate da tutti i turisti. Anche da noi. Il caos era sovrano. Provammo a passare tra fotografi dilettanti e gente col turbante che spifferava a dei cobra dentro delle ceste di vimini e, dopo essermi bloccato davanti alla bancarella di due tizi che vendevano denti umani su dei tappeti, arrivammo al banchetto delle spremute dove chiassosi venditori urlavano e spremevano senza fermarsi un secondo. Piena di ghiaccio, sicuramente poco pulito perché, una volta bevuta quella dannata spremuta, fu una vera e propria bomba a orologeria pronta ad esplodere nel mio intestino. Subito dopo ci rintanammo in un ristorante ai margini del piazzale pronti a provare l’autentica cucina marocchina per turisti inconsapevoli. Mangiammo di tutto, dal cous cous con verdure e spezie pungenti alle ‘kefta’, ottime polpette di carne non meglio specificata e verdure. Il tutto accompagnato da diverse bevande e il famoso the alla menta caldo, che in questa vacanza bevvi a ogni sosta, di qualsiasi posto a tutte le ore del giorno e della notte. Finita la cena e pagato il conto turistico maggiorato, la bomba piazzata qualche tempo prima nel mio intestino stava per esplodere, e quindi io e la zia, tornammo velocemente in hotel prima che esplodesse. Non smetterò mai di ringraziare abbastanza l’inventore dell’Imodium che mi salvò il culo in questa vacanza e tutte quelle successive che ho fatto.
Il giorno seguente il programma di Mohamed consistette nel farci spendere più soldi possibili in una serie infinita di ‘souk’ che avremmo visitato tra un’altra serie di monumenti imperdibili e altre opere che, secondo lui, avremmo dovuto vedere per forza. Iniziammo dal mercato delle concerie. Ampiamente annunciato da un forte odore di solventi che bruciavano occhi e narici ci andammo a infilare dentro ai cortili delle case sulla via del mercato. E una volta entrati ci fecero salire una piccola scalinata che ci condusse in un ampio terrazzo dove potemmo vedere in una posizione privilegiata dei poveri disgraziati a mani nude e senza scarpe, intenti a colorare pelli di cammello dentro delle pozze stracolme di acqua e sostanze chimiche di vari colori. Lasciandogli braccia e gambe macchiate di tinta, con molta probabilità per sempre. Qualche foto ai poveri lavoratori e via subito dentro al negozio climatizzato e pulito oltre il terrazzo dove vi erano bellissimi indumenti di tutti i colori. Vendevano veramente qualsiasi tipo di vestito o accessorio, tutto era di pelle e delle giacche meravigliose mi fecero quasi far aprire il portafogli della zia che, in un momento di lucidità dato dal clima fresco, mi disse che non sarebbe stata una buona idea indicandomi il cartellino del prezzo. Quindi il mio occhio ricadde su una parete stracolma di ciabatte colorate. Le famose babbucce mi stavano chiamando a gran voce. Così, in barba a diritti e sfruttamento e dopo l’ok della zia, uscii con le mie belle ciabattine di cammello color giallo canarino col sorriso stampato in faccia e la zia felice di aver risparmiato bei soldi.
Finita la visita le mie narici iniziarono a sentire di nuovo l’odore delle spezie nell’aria e seguendo quell’odore, arrivammo davanti a un carretto dove mangiammo un piatto molto buono di cui non ricordo il nome, con un pane incredibile simile al naan indiano, ripieno di verdure e spezie.
Subito dopo lo shopping proseguì in diversi mercati di artigianato locale tra tajine e teiere di ogni forma e dimensione. Ci fu anche un siparietto simpatico, dove mi fecero provare a martellare un piatto inciso di metallo rovinando l’opera d’arte dell’artigiano colpendo troppo forte con il martelletto. Il tutto si risolse con una mancetta da parte di zia. Infine, andammo al mercato delle spezie, dove rimasi abbagliato da tutti i profumi e i colori delle polveri perfettamente esposte in giganteschi contenitori pronte a essere vendute ai turisti di tutto il mondo. Il secondo giorno di viaggio terminò con una cena tutti insieme in un suggestivo ristorante vista tramonto sulle sagome degli edifici tutti colorati di Marrakech con sottofondo i clacson e le urla dei suoi cittadini.
La mattina successiva mi svegliai un po’ rincoglionito e l’idea di prendere un pulmino per fare decine di chilometri non mi fece impazzire, ma dopo una succulenta colazione con un simil pancake chiamato ‘Baghrir’, molto simile ma arricchito da zucchero e miele a tonnellate, fui pronto per l’avventura. Il pulmino bianco guidato da uno sgherro di Mohamed, con i nostri compagni d’avventura tutti belli spalmati di crema 50+ ci stavano aspettando davanti l’hotel e, una volta caricati tutti i bagagli, partimmo per andare a visitare le famose rovine romane della vecchia città di Volubilis situate vicino a Meknes nel centro-nord del paese.
Non mi dilungherò troppo nel raccontarvi del viaggio dentro al pulmino di merda su strade mezze asfaltate con otto persone più bagagli, ma vi dico solo che ci fermammo almeno due volte per far vomitare almeno tre persone diverse. Ma le ore di disagio su ruote furono premiate dall’incredibile paesaggio che iniziava a mutare man mano che ci avvicinavamo alla cittadina romana. Il terreno, da sabbioso con cespugli secchi e riarsi dal rigido calore del sole, iniziava a riempirsi di verde, con la vegetazione rurale che si mischiava ai campi coltivati ai lati della strada.
Arrivati a destinazione ad accoglierci ci furono delle splendide rovine con colonne e porticati ancora eretti dopo migliaia di anni. Pavimenti e mura ornati da mosaici e affreschi di Dei ed eroi leggendari spuntavano dietro ogni angolo dei vecchi palazzi dell’epoca. erano in condizioni di incredibile conservazione come le anfore per il vino e diversi reperti trovati da vari archeologi. Fu veramente un momento di gioia per me che da piccolo volevo diventare uno di loro come il Dott. Harry Walton Jones Jr. meglio conosciuto come: Indiana Jones.
Terminata la visita pomeridiana del sito archeologico, prendemmo possesso di una stanza di un hotel molto grazioso nella città vecchia di Fès, per poi mangiare a più non posso perdendoci nelle stradine intricate e piene di vita della medina.
Nei giorni successivi visitammo per bene la stessa Fès e successivamente Meknès per poi fare un salto nella città di Ifrane a rinfrescarci un poco. Chiamata anche la ‘Svizzera marocchina’ per via delle caratteristiche case con tetto in legno spiovente simili a baite di montagna. Se ve lo steste chiedendo, sì! In inverno fa freddo e nevica pure. O almeno quando ci andai io la nostra super guida marocchina ci disse così.
Dopo la visita sui monti a bere cioccolata calda francese, ci dirigemmo verso Casablanca, ma destino volle che bucassimo uno pneumatico a metà strada, davanti ad un piccolo ristorante di un paesino dove l’oste del posto ci accolse a braccia aperte. Mentre il compare di Mohamed cambiava la ruota, il simpatico proprietario ci portò con tutta probabilità tutto quello che aveva in cucina, perché finito il pasto ero gonfio come una mongolfiera. Il pranzo si concluse con un buon the servito dalla moglie e con una visita inaspettata nel cortile sul retro del locale che era stracolmo di tajine in terracotta di tutte le dimensioni immaginabili. Contrattammo molto il prezzo delle opere d’arte fatte a mano da un suo parente e come da previsione, ognuno di noi ne comprò almeno una. Ripartimmo con la pancia piena e felici di essere i nuovi possessori di un pezzo d’artigianato locale, che caricammo sul pulmino ormai stipato verso la nostra destinazione iniziale.
Casablanca ci fu presentata come città ‘commerciale’ con palazzi di recente costruzione e servizi moderni, insomma non proprio una città caratteristica ma un polo finanziario sede di grandi aziende. Però una cosa importante da vedere oltre al lungo mare oceanico con raffiche di vento poderose e cavalloni schiumosi c’era, e questa è la più grande moschea del Marocco con un minareto alto più di duecento metri direttamente sul mare. Passammo la mattina a visitarla e devo dire che ne valse proprio la pena. Anche se in modo rapido, entrammo al suo interno per ammirarne il dettaglio costruttivo e anche i suoi meravigliosi lampadari in vetro di Murano che torreggiavano nella sala centrale.
Ormai cotti dal viaggio e dalla visita alla Moschea, volevamo solo riposare in hotel ma invece fummo sequestrati per tutto il pomeriggio da Mohamed che ci trascinò da un posto all’altro cercando di farci spendere il più possibile nei vari negozietti e mercati della città. E in uno di questi ci cascai pure io, comprando un narghilè semi-artigianale che ho ancora oggi a casa in bella vista e sempre pieno di polvere.
Finalmente il tour de force finì e ci concedemmo una pausa in albergo che durò troppo poco tempo vista l’imminente cena che ci attendeva. Il ristorantino prescelto era sul mare e aveva una terrazza enorme proprio davanti all’oceano dove ci sedemmo tutti insieme pronti a degustare l’ennesimo menù provato e riprovato, però Il mio occhio attento cadde su un piatto che sembrava diverso. Chiesi informazioni al nostro Cicerone che mi disse che per capire dovevo provarlo, ma anticipò che sarebbe stato piccante. Lo presi senza pensarci troppo e dopo aver assaggiato le solite portate che arrivavano man mano a tavola, vidi da lontano una scodella bella fumante di colore arancione, ma una volta arrivata, notai che era ripiena di altre polpette di carne. Guardai Mohammed con una faccia che diceva chiaramente: “Ancora polpette, basta!?” Ma lui come risposta mi disse sogghignando: “Assaggia, è molto buono. Tu non hai mai assaggiato”. Mi misi il cuore in pace e mangiai, ed effettivamente sembrava un mix diverso. Erano piccanti da morire ma molto saporite e speziate, la mangiai tutta e poi tornammo verso l’hotel. Poco prima di salutarci per la notte, mentre mi fumavo una sigaretta, Mohamed si avvicinò, sempre con un sorrisetto furbetto in faccia e mi chiese se mi fossero piaciute le polpette. Risposi che si, mi erano piaciute molto ma che non avevo capito perché fossero così buone. Lui mi guardò negli occhi e mi disse: “Quelle erano le palle del toro! Per questo erano così buone!” e si scompisciò dalle risate mentre io morivo un po’ dentro. Lo mandai gentilmente a fare in culo e andai a dormire. Non seppi mai se mi stesse perculando o se fossero veramente palle di toro, sta di fatto che le mangiai tutte inconsapevolmente.
La mattina seguente, ancora meditabondo riguardo le palle di toro, tornammo al punto di partenza. Marrakech ci attendeva per farci scoprire un’ultima perla culinaria e folkloristica che ci aveva tenuto nascosto la settimana precedente. Verso sera, fummo accompagnati in quello che si rivelò un mix assurdo di: teatralità, piatti esagerati e immancabile disagio. Poco fuori dalla città, il ristorante ‘X’ aprì i suoi cancelli per condividere con noi tutto quello che avevano da offrirci. Per prima cosa iniziammo con uno spettacolo dal vivo. Percorremmo una lunga strada sterrata illuminata da fiaccole poste lungo i margini della strada che ci condusse a una specie di arena con degli spalti dove ci fecero accomodare insieme a un altro centinaio di turisti, che non capivano bene cosa li stesse aspettando. Una volta sistemati, dei megafoni ai lati dell’arena iniziarono a trasmettere una musica epica che annunciò l’ingresso di almeno cinquanta persone vestite con costumi tradizionali, cavalli e fucili. Poi iniziò il delirio. Fummo travolti da un’esibizione mistica della durata di un’ora buona, dove cavalieri al galoppo si lanciavano in lunghe cavalcate, sparando coi fucili a salve verso altri figuranti che gli correvano in contro con delle scimitarre sguainate. Sullo sfondo della battaglia delle donne eseguivano sorridenti, la classica danza del ventre. Per non far mancare nulla agli spettatori il tutto terminò con una valanga di fuochi d’artificio che illuminarono tutto il complesso e facendoci sanguinare le orecchie, soprattutto le mie ancora dolenti. Applausi scroscianti, e poi, un po’ rintontiti per spari, musica e fuochi d’artificio, ci fecero accomodare sotto delle grandissime tende berbere tutte illuminate che facevano da tetto, alle varie sale con tavole rotonde sovra-apparecchiate con bicchieri e posate a non finire. E quello fu l’inizio di un’infinita serie di portate, presentate in enormi vassoi d’argento coperte da cloche, trasportate da almeno due camerieri per volta.
Ci portarono di tutto tra verdure speziate, carne alla griglia e Dio sa cosa di ogni tipo, ma la portata che più mi rimase impressa, fu il montone arrosto. Ah, ovviamente intero! Una bestia enorme divisa tra quattro vassoi, adornata da verdure arrostite e presentata come se fosse un trofeo offerto a dei guerrieri tornati vittoriosi dalla guerra. Fortunatamente scoprii che non era tutto per il nostro tavolo. I camerieri giravano e servivano la povera bestia arrostita tra tutti i commensali presenti. Finita la lunga cena, fummo salutati da tutto lo staff e altri fuochi d’artificio sullo sfondo iniziarono a esplodere in mille colori diversi. A mio avviso un’esperienza che tutti dovrebbero fare se visitano Marrakech. Di certo un po’ trash, ma vi divertirete sicuramente.
Il tour in terra marocchina giunse al termine. Così, la mattina successiva, ci salutammo tutti e ringraziammo quella vecchia volpe di Mohamed che intascò ancora soldi da varie mance da parte del gruppo, per poi sparire nella giungla urbana della medina, a caccia di nuovi turisti da istruire e spellare. Io e la zietta invece, partimmo per un bel ritiro ad Agadir, cittadina turistica sull’oceano nel sud del paese.
Tutti quelli con cui abbiamo parlato durante il viaggio, inclusa la guida, ci dissero che Agadir era sempre illuminata dal sole con un bel venticello che non ti faceva sentire troppo il caldo e con un mare bellissimo tutto l’anno. “Solo due settimane di pioggia all’anno” diceva Mohamed. E ovviamente come sarà mai potuta andare secondo voi? Esatto! Beccammo una di quelle due settimane del cavolo. Fu nuvoloso per almeno quattro giorni ma fortunatamente la pioggia non arrivò mai, permettendoci di goderci il mare, la piscina e qualche seduta nella spa.
L’ultimo giorno, prima di ritornare in Italia, ricordo che davanti all’ennesimo piatto tipico guardai la zia e le dissi:” bello il Marocco zia, ma non ne posso più di piatti marocchini. Mi manca la pasta”. Lei rise e mi promise che l’avremmo mangiata una volta tornati in Italia.
Che dire, il Marocco è stato per me un viaggio importante, perché fu uno dei primi fuori dalle solite città europee e mi permise di scoprire di più su una cultura e dei luoghi veramente affascinanti. Ogni tanto penso di volerci ritornare per rivivere quei momenti così caotici ma pieni di bellezza che ti rimangono dentro per tutta la vita.
Immagino che, se siete arrivati fino a qui vi starete chiedendo: “Ma Bergasan, cosa hai imparato da questo viaggio?” Grazie della domanda audaci lettori del blog. Vi risponderei dicendo: “Ho sbagliato tutto! Avrei dovuto fare la guida turistica in Marocco visto tutte le mazzette che si è preso quella canaglia di Mohamed da tutti i bottegai del paese. E che le tajine comprate dal parente di un Oste incontrato lungo una strada marocchina, sono solo per decorazione, perché se le usi veramente, si rompono dopo due utilizzi”.
Un saluto e alla prossima storia, il vostro prolisso Bergasan.
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